di Tiziana Mazzaglia
Il Giorno della Memoria, istituito per ricordare la Shoah e tutte le persecuzioni del nazifascismo, è una soglia: un confine tra l’oblio e la responsabilità. Ogni 27 gennaio riapriamo idealmente il cancello di Auschwitz non per rimanere prigionieri del passato, ma per imparare a riconoscere nel presente i semi dello stesso odio. La letteratura ci ha donato pagine indimenticabili: “Se questo è un uomo”, “La notte”, “Il diario di Anne Frank”. Sono testi diversi, ma tutti affidano alle parole il compito di dire l’indicibile. In psicologia del ricordo si parla di “testimoni di seconda generazione”: figli e nipoti che portano nella propria vita il peso di una storia che non hanno vissuto direttamente ma che ha modellato il clima emotivo delle loro famiglie. La memoria, a livello collettivo, funziona in modo simile. Se ci limitiamo alla celebrazione rituale, con qualche citazione e una corona di fiori, il passato resta distante, museale. Se invece ascoltiamo davvero, se mettiamo in dialogo il 1938 con gli odierni discorsi d’odio, con le discriminazioni verso migranti, rom, persone LGBTQ+, allora la memoria diventa lente critica sul presente. Il cinema ha contribuito a questa operazione di coscienza: non solo con i grandi film internazionali ma anche con opere più intime, documentari, testimonianze filmate che entrano nelle scuole. Nella sociologia della memoria, ogni nuova generazione deve rinegoziare il modo di ricordare: oggi, con i testimoni sempre più anziani, tocca soprattutto alle immagini, ai libri, alle lezioni tenere viva la continuità. Il Giorno della Memoria non chiede soltanto commozione, ma impegno: vigilare sulle parole che usiamo, sulle battute che ridicolizzano un popolo, sui meme che minimizzano la storia. È un invito a scegliere ogni giorno da che parte stare, ricordando che l’indifferenza non è neutrale: è la terra dove l’odio, piano piano, ricomincia a germogliare.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
