di Tiziana Mazzaglia
C’è stato un tempo in cui per sapere che ora fosse bastava guardare il cielo. La luce indicava l’inizio della giornata, il tramonto ne annunciava la fine, le stagioni decidevano quando seminare e quando raccogliere. Non esisteva un pulsante per accelerare l’attesa: la terra aveva i suoi tempi e l’uomo doveva rispettarli. Poi qualcosa è cambiato. Sono arrivate le macchine, le fabbriche, i treni, i motori, le automobili. Le distanze hanno cominciato ad accorciarsi e il tempo è diventato qualcosa da misurare, risparmiare, quasi inseguire. Oggi basta toccare lo schermo di uno smartphone per parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo, un’automobile può raggiungere in pochi secondi velocità che per i nostri antenati sarebbero state inimmaginabili e la tecnologia ci promette continuamente qualcosa di più rapido, più potente, più efficiente. Siamo passati dalla civiltà contadina alla civiltà industriale e infine alla società tecnologica. E, quasi senza accorgercene, abbiamo cominciato ad associare il progresso alla velocità. Più veloce significa spesso più moderno, più efficiente, migliore. Ma è davvero sempre così? Una Giornata dedicata alla tecnologia può essere l’occasione per celebrare ciò che l’intelligenza umana è riuscita a costruire, ma anche per interrogarci su ciò che facciamo con questa enorme possibilità. La tecnologia, infatti, aumenta le nostre capacità, ma proprio per questo aumenta anche le nostre responsabilità. L’automobile ne è forse uno degli esempi più evidenti. Per un ragazzo appassionato di meccanica un motore non è soltanto un insieme di componenti. È il rumore dell’accensione, la risposta dell’acceleratore, la precisione degli ingranaggi, la potenza che diventa movimento. Conoscere una macchina significa capire quanta intelligenza, ricerca e tecnologia siano racchiuse sotto un cofano. Ma conoscere veramente una macchina significa anche conoscerne i limiti. Ed è proprio all’inizio del Novecento che la velocità smette di essere soltanto una possibilità offerta dalla tecnica e diventa quasi un nuovo modo di guardare il mondo. Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo, ne fa uno dei simboli della modernità. Nella poesia All’automobile da corsa la macchina non è più semplicemente un mezzo di trasporto: diventa energia, movimento, potenza, sfida. Marinetti la celebra con l’entusiasmo di chi vede nel motore la possibilità di rompere con la lentezza del passato e di entrare in un’epoca nuova. L’automobile sembra quasi prendere vita e la corsa diventa esaltazione della libertà e della modernità. A più di un secolo di distanza, però, possiamo leggere quelle immagini anche con occhi diversi. Il fascino della velocità è rimasto intatto, così come il desiderio di sentire la potenza di un motore, ma oggi conosciamo anche il prezzo che la velocità può avere quando supera il limite della responsabilità. Ed è proprio qui che Marinetti può parlare ancora ai ragazzi di oggi: non perché dobbiamo rinunciare al fascino della tecnologia, ma perché possiamo interrogarci sul nostro rapporto con essa. Il Futurismo celebrava l’uomo lanciato verso il futuro attraverso la macchina; noi, oggi, possiamo aggiungere una domanda che allora sembrava quasi impensabile: siamo noi a guidare la macchina o è la velocità a guidare noi? È forse questa la distanza più interessante tra l’entusiasmo tecnologico del primo Novecento e la nostra epoca: abbiamo macchine infinitamente più evolute, sicure e potenti, ma proprio per questo abbiamo bisogno di una consapevolezza altrettanto evoluta. Il progresso non può essere misurato soltanto dalla velocità che siamo capaci di raggiungere, ma anche dalla responsabilità con cui decidiamo di usarla. Possiamo costruire motori sempre più potenti, freni più efficienti, sensori, sistemi elettronici e dispositivi capaci di intervenire in situazioni di pericolo. Nessuna tecnologia, però, può eliminare completamente un ostacolo improvviso, una strada bagnata, una distrazione, un errore di valutazione o quei pochi secondi nei quali una decisione sbagliata può cambiare una vita. È qui che il discorso sulla tecnologia incontra quello sulla responsabilità, soprattutto quando al volante ci sono i giovani. Secondo i dati definitivi Istat-ACI relativi al 2025, sulle strade italiane si sono verificati 177.207 incidenti con lesioni a persone, 237.822 persone sono rimaste ferite e 2.868 hanno perso la vita. Tra i comportamenti scorretti più frequenti continuano a comparire la distrazione, il mancato rispetto della precedenza e la velocità troppo elevata. I dati del 2024 avevano inoltre mostrato quanto il problema riguardasse da vicino anche le generazioni più giovani: la fascia tra i 20 e i 24 anni risultava quella con il maggior numero di vittime e, rispetto all’anno precedente, nelle fasce 20-24 e 25-29 anni le vittime erano complessivamente aumentate del 23,9%; tra i ragazzi di 15-17 anni erano passate da 51 a 80. Dietro questi numeri, però, non ci sono statistiche astratte. Ci sono ragazzi, famiglie, amici e vite che in alcuni casi cambiano in pochi istanti. Ed è forse proprio da qui che dovrebbe partire una riflessione sulla velocità. Guidare non significa soltanto saper cambiare marcia, affrontare una curva o conoscere il funzionamento di un motore. Significa avere tra le mani una potenza e decidere continuamente come utilizzarla. Per un giovane conquistare la patente rappresenta libertà, autonomia, la possibilità di muoversi senza dipendere dagli altri. Ma ogni nuova libertà porta con sé una nuova responsabilità. Essere padroni di una macchina non significa dimostrare quanto velocemente siamo capaci di farla andare. A volte significa esattamente il contrario: sapere quando non accelerare. E forse questa storia non riguarda soltanto l’automobile. Anche fuori dalla strada viviamo con il piede sull’acceleratore. Vogliamo risposte immediate, messaggi istantanei, consegne rapide, risultati veloci. Aspettare sembra quasi una perdita di tempo. Eppure la civiltà contadina dalla quale proveniamo conosceva qualcosa che rischiamo di dimenticare: non tutto può essere accelerato. Una pianta non cresce prima perché abbiamo fretta. Anche una persona ha bisogno di tempo per imparare, sbagliare, maturare e scegliere. Il progresso, allora, non dovrebbe essere soltanto la capacità di costruire macchine che vanno sempre più forte. Il vero progresso dovrebbe consistere anche nel formare persone abbastanza consapevoli da sapere che cosa fare della potenza che la tecnologia mette nelle loro mani. Ed è qui che ritorna una domanda che vale sulla strada ma forse anche nella vita: siamo noi a guidare la macchina o, qualche volta, è la velocità a guidare noi? La tecnologia ci offre possibilità che le generazioni precedenti non avrebbero neppure immaginato. Ma la tecnologia non può scegliere al nostro posto. La potenza appartiene alla macchina. La scelta appartiene all’uomo. E la responsabilità comincia proprio nel momento in cui comprendiamo la differenza.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
