di Tiziana Mazzaglia
Ci sono parole che, a forza di essere utilizzate, rischiano di perdere parte del loro significato. “Fare rete”, “aggregare”, “creare comunità” appartengono ormai al vocabolario abituale di associazioni, istituzioni e progetti sociali. Poi accade che, nel pomeriggio di sabato 12 settembre 2026, quelle parole escano dai comunicati e prendano una forma concreta. In via Salvador Allende 24/C, nella zona Vallone di Pavia, una bambina stringe felice il peluche appena vinto alla pesca di beneficenza; poco distante altri bambini scoprono il disegno e il fumetto, qualcuno si ferma davanti a un piccolo campo da Subbuteo, altri si avvicinano alla scherma del CUS Pavia, mentre il canto diventa un altro modo per incontrarsi e condividere emozioni. Ci sono bambini, genitori, volontari, professionisti, associazioni e realtà differenti. Ciascuno porta qualcosa di sé e, soprattutto, ha l’occasione di incontrare qualcuno che fino a quel momento forse non conosceva. Ascoltando gli intervistati è emerso che, indipendentemente dall’attività svolta, alcune parole tornavano con insistenza: conoscersi, farsi conoscere, aggregare, collaborare, fare rete. La domanda, a quel punto, non era più soltanto come raccontare l’evento, ma diventava un’altra: quanto è facile, oggi, incontrarsi davvero e trovare il proprio spazio all’interno di una comunità? Eva ha nove anni ed è arrivata insieme alla mamma. Alla pesca di beneficenza ha vinto un cane di peluche e ne è felicissima. Ma quando racconta il suo pomeriggio, il premio diventa quasi secondario. È contenta di aver trascorso alcune ore in maniera diversa, di aver incontrato persone e soprattutto di aver potuto disegnare con il maestro di fumetto. Una risposta semplice che racconta forse meglio di tante definizioni che cosa significhi socializzare quando si hanno nove anni. Non “fare rete”, non “creare sinergie”: esserci, giocare, incuriosirsi, incontrare qualcuno e tornare a casa avendo scoperto qualcosa che prima non si conosceva. Dietro quel foglio
sul quale Eva si è fermata a disegnare c’è il lavoro che Roberto Dapiaggi porta avanti da diciotto anni. Il suo Laboratorio del Fumetto opera dal settembre 2008 nella provincia di Pavia e anche in altre province, organizzando corsi di fumetto e manga e realizzando murales pittorici nell’ambito di progetti di riqualificazione. La sua attività attraversa mondi molto diversi: corsi pomeridiani privati, progetti nelle scuole di ogni ordine e grado e dieci anni di esperienza all’interno degli istituti penitenziari, con corsi e murales realizzati con continuità a Torre del Gallo e successivamente a Lodi, Vigevano e Opera. Dapiaggi si rivolge a persone di tutte le età, a partire dagli otto anni, e utilizza spesso come riferimenti il cinema, i film d’animazione, i cartoon e gli anime giapponesi. Ma ciò che vorrebbe far conoscere maggiormente è proprio quello che normalmente rimane invisibile: il lavoro necessario prima che un fumetto possa esistere. «Mi piacerebbe far conoscere meglio il lavoro che c’è dietro alla creazione di un fumetto o di un manga: la ricerca, lo studio e il fatto che sia necessario leggere, e leggere molto, per poter scrivere e gestire tutti i passaggi che portano alla produzione. Non basta conoscere il disegno». Un’idea può nascere da ciò che ci circonda, ma trasformarla in un racconto richiede strumenti,
conoscenza e capacità di confrontarsi anche con ciò che è stato scritto e creato prima di noi. È osservando i ragazzi che Dapiaggi individua una difficoltà che va ben oltre il fumetto. «Il problema attuale è questo: da un video si pensa di conoscere, ma spesso non si è elaborato bene il messaggio o ciò che si vuole dire. La maggiore difficoltà che incontro è spingere gli allievi a portare a termine i lavori con un certo livello di costanza. Sono troppo abituati alla velocità della fruizione, ad assorbire, immagazzinare e poi dimenticare quello che vedono». Disegnare una tavola, costruire un personaggio, scrivere una storia e arrivare alla sua conclusione diventano allora anche esercizi di pazienza. Bisogna fermarsi, scegliere, sbagliare, correggere, ricominciare e soprattutto portare a termine ciò che si è iniziato. «Continuo a proporre i corsi di fumetto e manga anche per sganciare i più giovani dall’utilizzo smodato dei cellulari». E allora quella bambina di nove anni seduta a disegnare assume quasi inconsapevolmente un altro significato: Bastano una matita, un foglio, l’attenzione necessaria e il tempo perché da un segno possa nascere un’idea. A sottolineare il valore complessivo dell’iniziativa è anche la dott.ssa Maria Cristina Barbieri, assessore alle Politiche culturali del Comune di Pavia: «È un’ottima iniziativa perché permette alle associazioni di farsi conoscere, ma anche di conoscersi tra loro, e offre ai bambini un’opportunità di socializzazione». Barbieri ha apprezzato in particolare la presenza del maestro Giuseppe Guglielminotti Valetta del Vittadini, che segue il gruppo VocalMente, e quella della sezione scherma del CUS Pavia. Ha inoltre sottolineato il valore dello spazio pedonale come occasione d’incontro e ha espresso l’auspicio che iniziative di questo genere possano essere ripetute finché la stagione consentirà di svolgerle all’aperto. «La scherma è uno sport di combattimento in cui due atleti si affrontano utilizzando armi bianche. In sala pratichiamo la sciabola e la spada», spiega
Alessio Esposito, maestro di sciabola. «L’obiettivo è toccare e battere l’avversario, ma lo facciamo con l’intento di crescere, divertirci e trovare sempre soluzioni nuove. Nell’arco dell’intera stagione, da settembre a giugno, affrontiamo gare regionali e nazionali e, per chi riesce a emergere, anche competizioni internazionali». Una disciplina aperta anche a chi desidera semplicemente avvicinarsi e provare: «La scherma è uno sport che tutti possono provare. Abbiamo corsi a partire dagli under 8 fino ai corsi di avviamento per adulti».
Quando tante voci diventano una sola
Tra le realtà presenti c’è VocalMente. All’iniziativa hanno partecipato Clara Ravetta, Rita Morano, Paola Salvini, Simona Pondrano e Valeria Gatti. Il gruppo è nato nel settembre 2023 dall’idea di creare una piccola formazione armonica e polifonica e oggi conta dodici persone. Il nome racchiude già parte della filosofia del progetto: voce e mente, respirazione, conoscenza ed emozioni. Non soltanto imparare a cantare, dunque, ma scoprire che cosa accade quando la propria voce incontra quella degli altri. «Molti si sono dimenticati di come si usa la voce. Frequentare il corso significa anche riuscire a staccare dalla quotidianità, ascoltare le voci insieme e ritrovare un po’ di serenità». È Clara Ravetta a consegnare una delle immagini più intense della giornata: «Quando cantiamo tutte insieme, a volte accade quasi una magia: sento che non siamo più tante voci, ma una voce sola. Mi dà un forte senso di appartenenza al gruppo, calore e affetto. E credo che tutti abbiamo bisogno di questo». Quella “voce sola” diventa quasi involontariamente una metafora di ciò che molte delle persone incontrate stanno cercando di costruire: identità differenti che non scompaiono, ma riescono a stare insieme. La riflessione di Clara Ravetta, però, va oltre il canto e porta il racconto su un terreno ancora più concreto.
Racconta che quello del 12 settembre è stato il terzo evento al quale hanno partecipato anche bambini Sinti. La prima volta, ricorda, erano arrivati soltanto pochi bambini: attraverso la mediatrice aveva poi saputo che alcuni avevano avuto paura di essere derisi o allontanati dagli altri bambini e che soltanto i più coraggiosi avevano accettato l’invito. Era accaduto esattamente il contrario. I bambini avevano giocato tutti insieme e, una volta tornati a casa, avevano raccontato quanto si fossero divertiti. Da allora la partecipazione è cresciuta. Anche durante questo pomeriggio, osserva Clara, le differenze di provenienza sono diventate semplicemente invisibili agli occhi dei bambini. La mediatrice le ha scritto per ringraziarla e per raccontarle quanto siano felici quando viene loro proposto di tornare “a giocare da Clara”. Da questa esperienza nasce anche il suo invito alle altre associazioni ad aprire le proprie attività e le proprie occasioni di incontro anche a questi bambini. Perché, nella sua riflessione, un bambino che cresce sentendosi accolto avrà maggiori possibilità di diventare un adulto capace di sentirsi parte della società e, soprattutto, porterà con sé il ricordo del modo in cui è stato trattato. Forse è proprio qui che l’espressione “costruire reti umane” smette definitivamente di essere uno slogan: quando dei bambini si incontrano per giocare e nessuno sente più il bisogno di chiedersi da dove venga l’altro. VocalMente vorrebbe avvicinare al canto anche i più piccoli ed è inoltre alla ricerca di nuove voci maschili adulte. Gli incontri si tengono il martedì, dalle 20.30 alle 22.30, presso la parrocchia del Carmine e l’invito è rivolto anche a chi desideri inizialmente soltanto assistere. Il gruppo canta in occasione di matrimoni e festività e si è esibito a Pasqua e a Natale in Ateneo. Il prossimo 19 dicembre è previsto un appuntamento all’Università di Pavia insieme alle persone con disabilità di ANFFAS.
Un piccolo campo verde per tornare a guardarsi
Dalla voce a un piccolo campo verde, il filo non si interrompe. Anche il Subbuteo diventa uno strumento attraverso il quale parlare di relazioni. Il dott. Giuseppe Lorusso, consigliere del Comune di Pavia e ispettore INAIL, ha spiegato di aver contribuito a proporre la presenza del Subbuteo con l’intento di riscoprire un gioco-sport particolarmente diffuso negli anni Ottanta e, soprattutto, di farlo conoscere alle nuove generazioni. Il dott. Lorusso richiama il tema dell’uso eccessivo dello smartphone, delle possibili conseguenze sull’attenzione e sulla concentrazione e dell’isolamento sociale, citando anche il fenomeno degli Hikikomori. Nella sua riflessione, il Subbuteo offre ai ragazzi un’attività che richiede concentrazione, abilità, cooperazione e soprattutto la presenza fisica dell’altro. Naturalmente, il rapporto tra adolescenti, tecnologia e benessere psicologico è molto più complesso di una semplice contrapposizione tra smartphone e giochi tradizionali. Anche il ritiro sociale grave non può essere ricondotto a una sola causa: «Il Subbuteo per noi è il punto di partenza per stare insieme e costruire una comunità. Siamo molto connessi attraverso telefoni e social, ma spesso abbiamo meno occasioni per stare fisicamente insieme. Un tavolo da Subbuteo può sembrare una cosa semplice, ma intorno a quel tavolo nascono amicizie, conversazioni e relazioni». Ma la questione sollevata rimane: mentre aumentano le possibilità di essere continuamente connessi, quante occasioni offriamo ai ragazzi per stare realmente insieme? A raccontare il Subbuteo dall’interno
è Luca Bianchini, presidente del Club Subbuteo Pavia. Il Club organizza partite, tornei, campionati ed eventi aperti anche a chi non ha mai giocato. Durante il pomeriggio bastava mettersi davanti al campo e provare. Non occorreva conoscere già le regole e neppure essere appassionati di calcio. Quando Bianchini parla delle difficoltà incontrate dalla sua realtà, però, ricompare una frase che accompagna molte delle testimonianze raccolte. «Se rimaniamo sempre all’interno della nostra sede rischiamo di incontrare soltanto chi già ci conosce. A Pavia ci sono tantissime realtà e possibilità, ma spesso le persone non sanno che esistono». E allora ritorna quel “fare rete”. «Nessuna associazione dovrebbe pensare di essere un’isola. Collaborando possiamo condividere idee, spazi, competenze e soprattutto raggiungere persone diverse. Una rete associativa forte rende più viva tutta la città». A volte una collaborazione può cominciare quasi per caso: due associazioni hanno gli stand vicini, iniziano a parlare e da quell’incontro può nascere un progetto comune. Per Bianchini è particolarmente importante coinvolgere i più giovani. «Il Subbuteo insegna anche ad aspettare il proprio turno, rispettare l’avversario, concentrarsi e stare insieme senza uno schermo davanti. Inoltre permette a un bambino di giocare con un adulto praticamente alla pari, ed è una cosa piuttosto rara». Quest’anno il Club porta avanti anche un campionato dedicato alle squadre del territorio pavese: ogni giocatore rappresenta una vera società calcistica della provincia, con la collaborazione e l’autorizzazione delle società interessate. Un modo per legare il calcio da tavolo alla storia e all’identità sportiva locale. Quando chiedo a Bianchini una sola parola per definire il valore dell’associazionismo in una città, non ha dubbi: «Comunità. Perché un’associazione parte magari da una passione specifica, nel nostro caso il Subbuteo, ma alla fine ciò che rimane veramente sono le persone, le relazioni e il senso di appartenenza».
Mamme “a tempo indeterminato”
Di appartenenza, seppure in una forma completamente diversa, parla anche A.M.A.T.I., Associazione Mamme a Tempo Indeterminato. A raccontarla è la presidente Ida Furia. «Ci chiamiamo Associazione Mamme a Tempo Indeterminato perché il lavoro della mamma non finisce mai: una volta assunta, è per sempre. Siamo nati con l’idea di raccogliere le richieste delle mamme e provare a trovare soluzioni comuni, aiutandole in diversi ambiti». È una realtà giovane, con sede a San Genesio ed Uniti, che propone soprattutto laboratori rivolti a genitori e bambini. Alla base c’è un’osservazione semplice: molte madri faticano a concedersi del tempo e coinvolgere i figli è diventato anche un modo per raggiungerle. Ma insieme alle mamme sono arrivati sempre più spesso i papà. «Abbiamo scoperto che i papà sono molto partecipi. L’anno scorso abbiamo organizzato una giornata dedicata a loro con giochi insieme ai bambini e sono stati fantastici: quando riscoprono il loro bambino interiore, il gioco è fatto». Quando le chiedo quale sia uno dei bisogni principali dell’associazione, ritorna ancora una volta il tema della visibilità. «Il bisogno principale, in questo momento, è farci conoscere. E poi esiste anche un bisogno economico, perché spesso non si pensa che avere un luogo comporti spese di gestione e amministrazione. A volte siamo noi volontari e fondatori a sostenerle, perché crediamo nel progetto». A.M.A.T.I. ha sede a San Genesio, ma alle attività arrivano famiglie anche da Pavia, Cava Manara, San Martino Siccomario, Vellezzo Bellini e da altri centri. Uscire dalla propria sede e incontrare direttamente le persone diventa quindi fondamentale. «Credo che la gente non conosca abbastanza ciò
che c’è dietro un’associazione. A volte guarda queste realtà con diffidenza, senza sapere che spesso nascono semplicemente dal desiderio di creare qualcosa di bello per la comunità». Fare rete significa anche conoscere ciò che fanno gli altri e riconoscere i propri limiti: se un’associazione non può rispondere a un determinato bisogno, può almeno indicare alla persona una realtà che possieda gli strumenti per farlo. Nei laboratori rivolti ai bambini dai due anni e mezzo ai sei anni, attività artistiche e creative condivise con genitori o nonni si alternano al gioco motorio. Si impara a giocare insieme, ad aspettare il proprio turno, a confrontarsi con gli altri. Più difficile, racconta Ida Furia, è raggiungere gli adolescenti. Alcune mamme hanno chiesto aiuto proprio per riuscire a comprendere meglio i propri figli durante questa fase della crescita. Tra i nuovi progetti ce n’è uno dal titolo volutamente leggero, ma nato da un bisogno molto concreto: “Mandiamo a cena mamma e papà”. Una volta al mese i bambini potranno trascorrere alcune ore in associazione tra pizza, giochi, racconti e attività, mentre i genitori avranno la possibilità di concedersi del tempo per ritrovarsi come coppia e non soltanto come mamma e papà. A.M.A.T.I. ha inoltre proposto gratuitamente incontri sulla genitorialità seguiti dalla dottoressa Laura Angioni, terapista della riabilitazione psichiatrica e psicologa in formazione, e vorrebbe riuscire a sostenere nuovamente questo percorso. Ma è quando Ida Furia parla della maternità quotidiana che il suo racconto supera i confini dell’associazione. «Siamo tempestati da immagini sui social di persone sempre felici, di mamme perfette, bellissime, che si alzano al mattino già con il sorriso. Sappiamo benissimo che la realtà non è quella, però qualche volta ci vergogniamo di ammetterlo. Bisognerebbe tornare alla normalità: avere un luogo nel quale raccontarsi e parlare senza sentirsi giudicate. Un problema affrontato da soli può sembrare enorme; quando riusciamo a condividerlo diventa più gestibile». Alla domanda su quale parola rappresenti il valore dell’associazionismo, Ida Furia sceglie “opportunità”. «Opportunità di crescere, conoscere altre persone, stare meglio, chiedere aiuto, aiutare e farsi aiutare. Per me un’associazione è un’opportunità per l’essere umano».
Imparare una lingua dentro una relazione
C’è poi Claudia Sirellini, che chiarisce subito una distinzione importante: Learning Bus non è un’associazione, ma una scuola di inglese per bambini a partire dai due anni e mezzo e per le loro famiglie. Eppure, quando iniziamo a parlare delle difficoltà, ricompare lo stesso problema. «La nostra attività è molto apprezzata e abbiamo un tasso di reiscrizione quasi del cento per cento, ma faccio molta fatica a farmi conoscere». L’approccio di Learning Bus coinvolge direttamente i genitori quando i bambini sono più piccoli. L’inglese passa attraverso gioco, movimento, canzoni e relazione. In seguito i bambini frequentano autonomamente, mentre le famiglie continuano a essere coinvolte attraverso materiali e attività da utilizzare anche a casa. «Insegniamo al genitore a giocare in inglese con il proprio bambino. Ci sono coccole, risate, giochi e corse. Lo scopo principale non è soltanto insegnare l’inglese, ma fare in modo che il bambino se ne appassioni e lo associ a emozioni positive». Anche per Claudia uscire dal proprio spazio e incontrare direttamente le persone fa la differenza. «Un conto è leggere un progetto sulla carta, un altro è conoscere personalmente le persone che se ne occupano, vedere la passione, l’entusiasmo e la cura che mettono in quello che fanno». La sua testimonianza introduce però una sfumatura importante. Claudia racconta la fatica di farsi conoscere, ma parla contemporaneamente di una Pavia nella quale ha trovato anche persone capaci di sostenerla e collaborare. «Nei tanti anni in cui ho lavorato sul territorio di Pavia ho incontrato persone meravigliose che mi hanno aiutata a crescere, mi hanno supportata e mi hanno offerto collaborazione. Spero di avere fatto altrettanto. Soprattutto per le piccole realtà, fare rete è fondamentale». Learning Bus collabora già con A.M.A.T.I. e con altre realtà. Per una piccola attività, osserva Claudia, collaborare significa raggiungere persone nuove, scambiare esperienze e creare anche un riconoscimento reciproco del valore del lavoro svolto. La soddisfazione più grande, invece, si misura negli anni. Claudia racconta bambini arrivati piccolissimi, fratelli che si sono aggiunti nel tempo, famiglie accompagnate durante la crescita. Ricorda anche un ragazzo seguito dalla scuola dell’infanzia fino alla conclusione delle superiori e oggi iscritto a Medicina. «La soddisfazione più grande è vederli crescere e riuscire a far amare loro l’inglese così tanto che poi decidono autonomamente di continuare». E ancora una volta, dietro un’attività specifica, emerge il valore della relazione. «Per un genitore diventa un momento esclusivo da condividere con il proprio figlio: senza telefono, senza distrazioni, soltanto lì insieme a giocare. Ho genitori di bambini diventati ormai ragazzi che mi dicono di ricordare ancora con piacere quando venivano a giocare insieme».
Il sorriso dei bambini
Accanto alle associazioni sportive, culturali e sociali, durante la giornata c’era anche una realtà che dal 2009 lavora direttamente accanto alle famiglie. Emergenza Tate si occupa di servizi educativi e di sostegno come pre scuola e post scuola, aiuto compiti, babysitting e animazione, collaborando con famiglie, aziende e istituti scolastici del territorio pavese. Ivan, legale rappresentante dell’associazione, non ha potuto raccontarmi personalmente questa esperienza durante l’evento perché temporaneamente afono in seguito a un intervento alla laringe, ma ha voluto comunque affidarmi per iscritto il senso della loro partecipazione. Nel lavoro quotidiano, spiega, Emergenza Tate cerca di intercettare le necessità che emergono dalle famiglie e di offrire risposte che considera parte di un welfare capace di essere realmente vicino alle persone. Ed è ancora una volta la parola “rete” a ritornare: «Abbiamo deciso di partecipare perché riteniamo che costruire una rete sociale sia un bene primario per l’intera comunità». Durante il pomeriggio due operatrici hanno presentato i servizi dell’associazione e proposto il truccabimbi. Ma quando Ivan deve indicare ciò che più di ogni altra cosa restituisce il significato del lavoro svolto, la risposta diventa molto più semplice: «La nostra più grande soddisfazione è il sorriso dei bambini».
Fare gol insieme
Anche dal mondo del calcio arriva una riflessione che riporta al filo conduttore della giornata. Simone Perversi, responsabile dell’organizzazione degli eventi e dell’area sociale dell’ A.C. Pavia, descrive la società innanzitutto come «una grande famiglia» e ne ripercorre la rinascita a partire dal coinvolgimento dei tifosi e dall’esperienza dell’Athletic Pavia. Un progetto che, racconta, ha significato anche intervenire concretamente sul territorio, recuperando e sistemando un’area di via Stafforini, alle spalle del cimitero di Pavia, precedentemente interessata dal fenomeno della prostituzione, dove sono stati realizzati campi da calcio e sviluppata un’attività capace di coinvolgere numerosi bambini. Da quell’esperienza e dalla condivisione di una stessa visione dei valori sportivi e sociali è rinato A.C. Pavia, che nella scorsa stagione è partito dalla Prima Categoria conquistando la Promozione. Ma, nelle parole di Perversi, il risultato sportivo rappresenta soltanto una parte del progetto. La società considera infatti essenziale affiancare allo sport iniziative concrete in ambito sociale e ha già avviato collaborazioni con alcune realtà del territorio, con l’obiettivo di ampliarle. È anche per questo, spiega, che ha scelto di partecipare alla giornata del 12 settembre: quando esiste un’occasione per incontrarsi, compatibilmente con gli impegni, «è doveroso esserci». E ancora una volta ritorna il tema che ha attraversato quasi tutte le interviste: farsi conoscere. Secondo Perversi, uno dei problemi di oggi è proprio riuscire a intercettare i cittadini, far arrivare il messaggio e spiegare con chiarezza chi si è e che cosa si vuole costruire. «Fare rete è fondamentale per non disperdere le energie e non disperdere le risorse». Il settore giovanile dell’ A.C. Pavia, racconta, coinvolge tra i 350 e i 400 bambini e attorno a loro la società vuole coinvolgere sempre di più anche le famiglie, attraverso iniziative e progetti capaci di creare appartenenza e avvicinarle anche alla prima squadra. Ma è soprattutto nella parola scelta alla fine dell’intervista che la sua riflessione trova una sintesi. Perversi parte dal linguaggio del calcio per andare oltre il calcio: «Mi piacerebbe usare l’espressione “fare gol insieme”: mettere da parte, soprattutto in questo periodo storico, l’individualismo e l’arrivismo e puntare veramente a fare qualcosa di concreto tutti insieme». In fondo, anche un gol è il risultato di una rete. E forse, fuori dal campo, la rete più difficile da costruire è proprio quella tra le persone.
La parte più difficile: farsi conoscere
Dopo ore trascorse ad ascoltare, guardo gli appunti e mi accorgo che alcune parole sono tornate quasi ostinatamente: conoscere, incontrare, aggregare, collaborare, fare rete. Non è soltanto una coincidenza linguistica. Realtà profondamente diverse finiscono per raccontare, ciascuna dalla propria prospettiva, un bisogno comune: raggiungere le persone e riuscire a essere conosciute nel territorio nel quale operano. Bianchini racconta una Pavia ricca di realtà che molti cittadini non sanno nemmeno che esistono. Ida Furia indica nel “farci conoscere” uno dei bisogni principali di A.M.A.T.I. Claudia Sirellini parla di un progetto con un tasso di reiscrizione quasi totale e, contemporaneamente, della fatica di raggiungere chi ancora non lo conosce. Perversi descrive la stessa difficoltà con altre parole: riuscire a intercettare i cittadini e far comprendere chi si è e che cosa si vuole fare. Emergenza Tate, ancora una volta, indica nella costruzione di una rete sociale un bene per l’intera comunità. Ma sarebbe semplicistico trasformare queste testimonianze nel ritratto di una città chiusa. Perché le stesse persone raccontano anche l’altra Pavia. Quella di chi collabora. Di chi mette a disposizione competenze. Di chi presenta una realtà a un’altra. Di chi costruisce progetti comuni. Claudia parla delle persone che l’hanno aiutata a crescere. Bianchini immagina due associazioni che si conoscono perché, quasi casualmente, i loro stand sono uno accanto all’altro. VocalMente racconta che molte voci possono arrivare a percepirsi come una sola. Clara Ravetta racconta bambini che, dopo il timore iniziale di non essere accolti, tornano volentieri a giocare insieme agli altri. Perversi traduce lo stesso concetto nel linguaggio dello sport: “fare gol insieme”. La rete, dunque, esiste. La domanda è quanto sia facile entrarvi e quanto siamo disposti ad allargarla. Ed è qui che entro anch’io nel racconto. Non soltanto come giornalista che il 12 settembre ha attraversato gli spazi di via Salvador Allende raccogliendo testimonianze, ma come direttrice di Le Canoe del Web. Negli anni questa realtà mi ha permesso di raggiungere lettori in tutta Italia e soprattutto all’estero. Eppure proprio nel territorio pavese mi è capitato più volte di incontrare difficoltà nell’aprire canali di comunicazione. Ho inviato comunicati stampa relativi ai miei libri e anche una poesia dedicata ai bambini di Gaza chiedendone la pubblicazione alla stampa locale, senza ricevere risposta. Sono iscritta all’Albo dei giornalisti da undici anni e anche questa esperienza personale mi porta inevitabilmente a pormi una domanda: nell’epoca in cui possiamo raggiungere in pochi secondi qualcuno dall’altra parte del mondo, quanto siamo realmente capaci di ascoltare chi vive a pochi chilometri da noi? Non voglio trasformare un’esperienza personale in un giudizio su una città, né attribuire intenzioni a chi non ha risposto. Sarebbe contrario allo stesso metodo con cui ho cercato di raccontare questo pomeriggio: ascoltare prima di giudicare. Ma proprio le testimonianze raccolte mostrano quanto la possibilità di essere conosciuti non sia un elemento secondario. Per una piccola associazione, una scuola, un laboratorio, un gruppo culturale o sportivo, incontrare le persone significa spesso poter continuare a esistere, crescere, trovare volontari, partecipanti, collaborazioni e nuove idee. Ed è forse questo ciò che rimane del pomeriggio del 12 settembre 2026 al Vallone: Eva torna a casa stringendo il cane di peluche vinto alla pesca di beneficenza e con il ricordo di avere disegnato. Dietro quel disegno Roberto Dapiaggi racconta la pazienza necessaria per trasformare un’idea in una storia. Qualcuno si avvicina alla scherma e scopre una disciplina che forse conosceva soltanto attraverso uno schermo. Alcune donne raccontano quella sensazione quasi magica di sentire tante voci diventare una sola. Bambini che inizialmente temevano di non essere accolti scoprono che si può semplicemente giocare insieme. Un bambino e un adulto possono trovarsi alla pari davanti a un campo da Subbuteo. Una mamma può scoprire che esiste un luogo nel quale raccontare anche una giornata difficile senza dover interpretare il ruolo della madre perfetta. Un genitore può ritrovare il piacere di giocare con il proprio bambino senza un telefono tra le mani. Il sorriso di un bambino può diventare la misura più immediata del valore di un servizio. Un campo da calcio può essere il luogo dal quale provare a “fare gol insieme”. Due realtà che fino al giorno prima non si conoscevano possono essersi trovate vicine e avere cominciato a parlare. Nessuno di questi gesti, da solo, cambia una città. Ma una città cambia anche attraverso gesti così. Forse porgere la mano significa proprio questo: accorgersi che l’altro esiste prima ancora di sapere se potrà esserci utile. Fare spazio. Ascoltare. Conoscere e lasciarsi conoscere.


