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Quando andare a scuola può diventare un atto di coraggio

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Una sveglia che suona, uno zaino preparato in fretta, un quaderno dimenticato sul tavolo, la corsa per non arrivare in ritardo. Per milioni di bambini e ragazzi andare a scuola significa questo: normalità. Ci lamentiamo di una verifica, di un’interrogazione, di una mattina iniziata troppo presto. E forse proprio questa quotidianità ci impedisce qualche volta di comprendere fino in fondo quale privilegio rappresenti poter entrare in un’aula senza avere paura. Per altri bambini, in altre parti del mondo, il tragitto verso la scuola può significare attraversare una città bombardata, entrare in un edificio danneggiato dalla guerra o non sapere se il giorno successivo quell’aula esisterà ancora. Il 9 settembre si celebra la Giornata internazionale per proteggere l’istruzione dagli attacchi, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2020 per richiamare l’attenzione sulla necessità di tutelare studenti, insegnanti, scuole e università nei territori colpiti dai conflitti. I dati più recenti raccontano una situazione che sta peggiorando: secondo l’UNESCO, nel biennio 2024-2025 sono stati registrati 8.566 attacchi contro istituzioni educative, rispetto ai circa 6.000 del biennio 2022-2023. Più di 10.600 studenti ed educatori sono stati uccisi o feriti. Non sono soltanto edifici distrutti. Quando viene colpita una scuola viene interrotta una parte della vita di un bambino: le lezioni, certamente, ma anche gli amici, gli insegnanti, le abitudini, quella sensazione di normalità che durante una guerra può rappresentare uno degli ultimi punti fermi rimasti. Nel 2026 le Nazioni Unite hanno scelto per questa giornata una domanda che contiene già tutta la drammaticità del problema: “Can Education Survive Attack?”, può l’istruzione sopravvivere agli attacchi? Dietro quella domanda ce n’è forse un’altra ancora più profonda: che cosa accade a una società quando ai suoi bambini viene sottratta la possibilità di studiare? La scuola, infatti, non serve soltanto a trasmettere conoscenze. Nei luoghi attraversati dalla guerra può diventare uno spazio di protezione, una possibilità di ricostruire una routine, un luogo nel quale immaginare che esista ancora un futuro. Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, nel messaggio per il 2026, ha ricordato un principio tanto semplice quanto decisivo: “Education is a passport to a better future for every child and young person”. L’istruzione è un passaporto verso un futuro migliore per ogni bambino e ogni giovane. E forse è proprio per questo che distruggere una scuola significa molto più che abbattere muri, banchi e lavagne. Significa colpire la possibilità di scegliere ciò che si diventerà. Una scuola può essere ricostruita. Più difficile è restituire a un bambino gli anni di istruzione perduti, la serenità cancellata dalla violenza e la fiducia che dovrebbe accompagnarlo mentre cresce. Il 9 settembre dovrebbe allora ricordarci qualcosa che, nelle nostre società, rischiamo di considerare scontato: poter andare a scuola, imparare e tornare a casa in sicurezza non dovrebbe essere un privilegio determinato dal luogo in cui si nasce. Dovrebbe essere semplicemente un diritto.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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