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Sappiamo leggere, ma sappiamo ancora capire quello che leggiamo?

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Leggiamo continuamente. Un messaggio appena svegli, una notifica mentre facciamo colazione, il titolo di una notizia, un post sui social, poche righe di una mail, una risposta prodotta dall’intelligenza artificiale. Probabilmente non abbiamo mai letto così tante parole come oggi. Eppure la domanda che dovremmo farci è un’altra: le comprendiamo davvero? L’8 settembre si celebra la Giornata internazionale dell’alfabetizzazione e nel 2026 la ricorrenza compie sessant’anni. Fu proclamata dall’UNESCO nel 1966 e celebrata per la prima volta nel 1967 per ricordare che l’alfabetizzazione non è semplicemente una competenza scolastica, ma un diritto fondamentale e uno degli strumenti attraverso i quali una persona può esercitare pienamente gli altri suoi diritti. Sessant’anni dopo, il problema non è affatto scomparso. Secondo i dati UNESCO, nel 2024 almeno 739 milioni di giovani e adulti nel mondo non possedevano ancora competenze alfabetiche di base; quattro bambini su dieci non raggiungevano il livello minimo di competenza nella lettura e 272 milioni di bambini e adolescenti risultavano fuori dalla scuola nel 2023. Ma nei Paesi in cui quasi tutti imparano formalmente a leggere e scrivere emerge un problema diverso e forse più difficile da riconoscere. Si può leggere una frase senza comprenderne fino in fondo il significato. Si può conoscere ogni parola di una notizia e non essere in grado di valutarne l’attendibilità. Si può scorrere velocemente un testo senza riuscire a distinguere un fatto da un’opinione. I dati PISA 2022 dell’OCSE offrono uno spunto interessante anche per l’Italia: il 79% dei quindicenni italiani raggiunge almeno il livello 2 nella lettura, una percentuale superiore alla media OCSE del 74%. Questo significa però, rovesciando il dato, che circa un quindicenne italiano su cinque non raggiunge quella soglia. E soltanto il 5% arriva ai livelli più elevati di competenza nella lettura, quelli nei quali uno studente riesce a comprendere testi lunghi, confrontarsi con concetti astratti e distinguere fatti e opinioni utilizzando anche indizi impliciti relativi al contenuto e alla fonte. La media OCSE è del 7%. È forse proprio qui che la parola “alfabetizzazione” assume oggi un significato nuovo. Non basta più insegnare ai ragazzi a decifrare le parole. Occorre insegnare loro a fermarsi davanti alle parole. A chiedersi chi le ha scritte, da dove arriva un’informazione, quale fonte la sostiene, che cosa manca, che cosa è stato manipolato. Una capacità diventata ancora più importante nell’epoca dei social network e dell’intelligenza artificiale, quando un testo falso può essere scritto perfettamente, una fotografia può essere modificata, una voce ricostruita e un contenuto può sembrare autorevole senza esserlo. La sfida educativa, allora, potrebbe essere molto più grande di quella affrontata sessant’anni fa: non soltanto garantire a tutti la possibilità di leggere, ma insegnare a comprendere ciò che si legge. Perché essere alfabetizzati nel XXI secolo potrebbe significare soprattutto questo: possedere gli strumenti per non lasciare che siano gli altri a decidere, attraverso le parole, ciò che dobbiamo credere.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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