di Tiziana Mazzaglia
A prima vista non potrebbero essere più lontani: una è roccia, neve, silenzio; l’altro è musica, abbraccio, città notturna. Eppure montagna e tango condividono qualcosa: la vertigine. La montagna, nella storia, è stata a lungo un luogo di paura: regno di spiriti, valanghe, lupi. Solo tra Settecento e Ottocento, con il romanticismo, diventa scenario di sublime bellezza. Nasce l’alpinismo, l’idea di “conquistare le vette”. Le comunità montane, però, la vivono da sempre come casa: pascoli, transumanze, villaggi che resistono a inverni lunghi. Il tango nasce altrove, sulle rive del Río de la Plata, tra Argentina e Uruguay. È figlio dei quartieri portuali, delle periferie di Buenos Aires: immigrati europei, ex schiavi africani, gauchos inurbati. Un ballo nato ai margini, considerato scandaloso per la sua vicinanza dei corpi, poi diventato simbolo di un paese, patrimonio dell’umanità. Nel film “Tango” di Carlos Saura, la danza è un racconto di passioni e nostalgie; nei documentari sulle grandi montagne, le vette sembrano danzare con le nuvole. In entrambi i casi, il corpo è chiamato a misurarsi con un limite: il fiato corto in salita, il passo che deve seguire la musica. La psicologia ci ricorda che cerchiamo esperienze che ci mettono alla prova, ma in un contesto controllato. Chi scala una montagna o balla un tango intenso prova una miscela di paura e piacere, fatica e libertà. È un modo per sentire se stessi più vivi, più presenti. La sociologia guarda alla montagna come territorio fragile, spesso spopolato, ma anche custode di tradizioni; e al tango come linguaggio sociale, dove si imparano ruoli, ascolto, improvvisazione. Entrambi rischiano, in modi diversi, di essere ridotti a cartolina turistica: montagne sfruttate solo per il turismo di massa, tango trasformato in spettacolo per i visitatori. Questa doppia giornata può allora essere letta come un invito a un rispetto più profondo: rispettare la montagna significa ascoltare i suoi ritmi, non forzare la natura; rispettare il tango significa riconoscerne le radici popolari, la malinconia, la storia di migrazioni e periferie. Montagna e tango ci ricordano che non c’è vera altezza senza umiltà: davanti a una vetta, come in un abbraccio di danza, bisogna sempre fare un passo indietro all’ego e uno avanti al rispetto.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
