Home » Una santa che porta doni il 13 dicembre

Una santa che porta doni il 13 dicembre

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Santa Lucia nasce nel Sud, dove il mare riflette la luce come uno specchio antico, ma la sua storia comincia nel buio. È una ragazza di Siracusa, in un tempo in cui essere cristiani significa rischiare tutto: la casa, il nome, il respiro. Lei decide di appartenere a un Altro, di non sposare l’uomo scelto per lei, di distribuire ai poveri ciò che doveva essere dote e prigione. È giovane e ostinata: nel racconto antico non la muovono nemmeno i buoi, non la spostano le minacce, non la piega il potere. La condannano, la feriscono, le strappano perfino gli occhi, eppure la leggenda racconta che quella vista perduta si trasforma in un dono più grande: Lucia diventa patrona di chi non vede, o vede troppo poco, e di chi cerca una luce interiore per attraversare i propri inverni. Il suo nome è una promessa: Lucia, da lux, luce. Il calendario la colloca al tredici dicembre, il giorno che un proverbio continua a chiamare “più corto che ci sia”, quando la notte sembra mangiare le ore e il sole fatica ad alzarsi. Un tempo, con il calendario giuliano, era davvero il confine dell’anno di luce, una soglia tra buio e chiarore. Da allora, anche se le date si sono spostate, Santa Lucia rimane come una fiaccola incastonata nell’inizio dell’inverno: il segno che, proprio nel punto più nero, la luce prepara il suo ritorno millimetrico e paziente. Nel Sud, dove è nata, la sua festa profuma di mare e di grano. A Siracusa le strade si riempiono di ceri, d’argento e di canti che seguono il simulacro portato a spalla; a Palermo la città ricorda una carestia lontana, quando le famiglie affamate invocarono Lucia e videro entrare nel porto una nave carica di frumento. Non ci fu tempo di macinare la farina: i chicchi furono bolliti così com’erano, diventando cuccìa, cibo povero e miracoloso. Ancora oggi, il tredici dicembre, molti rinunciano a pane e pasta e riempiono la tavola di cuccìa, arancine, pietanze “senza farina”: è un modo per dire grazie a una santa che, prima di portare regali, ha portato semplicemente da mangiare. Santa Lucia, al Sud, è soprattutto questo: una donna martire che protegge gli occhi, che veglia sulle processioni, che siede silenziosa sulle tavole di chi ricorda il grano arrivato in porto. Poi c’è un’altra Lucia, che nasce più tardi e più a nord, lungo le vie dei commerci, nei secoli in cui le storie viaggiano insieme alle merci. È la Lucia che incontra le tradizioni dell’Europa germanica, i santi che portano doni in inverno, i bambini che attendono un passo nel buio. Così, nelle pianure e nelle città del Nord Italia, la martire di Siracusa sale su un asinello, si copre con un mantello chiaro, prende un sacco di pacchetti e comincia a visitare le case nella notte tra il dodici e il tredici dicembre. Diventa la signora segreta che porta regali ai bambini di Verona, Brescia, Bergamo, Cremona, Mantova, di tante città lombarde, venete ed emiliane. Le mamme dicono ai piccoli di preparare un piattino di biscotti e una tazza di latte per lei, un pugno di fieno o di farina per l’asinello, una lettera piena di desideri lasciata sul davanzale. La sera bisogna andare a letto presto, senza spiare: la leggenda avverte che se Lucia li sorprende svegli, può gettare negli occhi un pizzico di cenere. È un modo antico per insegnare il rispetto del mistero, ma anche per salvare l’incanto del mattino dopo. All’alba, nelle case del Nord, il tredici dicembre ha il rumore della carta che si strappa piano. I bambini trovano i mandarini allineati sulla tavola, i dolci infilati nelle scarpe, i giocattoli nascosti tra le sedie. Per molti di loro, Santa Lucia rimane il ricordo più intenso dell’infanzia, più forte perfino del Natale: una festa tutta loro, segreta e un po’ complice, che arriva quando l’inverno è appena cominciato e l’albero è ancora fresco di aghi. In quelle città si racconta che fu proprio Lucia a guarire un tempo gli occhi malati dei bambini, e che in cambio i genitori iniziarono a distribuire doni ai piccoli, finché la santa stessa non divenne la mano invisibile che li posava. Così una guarigione si trasformò in tradizione, e la luce che salva la vista prese la forma concreta di un pacchetto lasciato sul tavolo. Intanto, nel Mezzogiorno, la funzione di portare i regali ai bambini veniva affidata ad altre figure: San Nicola che passa nella notte di dicembre, il Bambinello che scende nella stanza il giorno di Natale, la Befana che chiude il tempo delle feste scendendo dal camino con la sua scopa di saggina. Ogni terra ha scelto il proprio “postino del cielo”, e nel Sud Lucia è rimasta soprattutto la santa della luce e della vista, non la signora dei giocattoli. La stessa figura, allora, si sdoppia: da una parte il Sud che la porta in processione tra argento e voti, dall’altra il Nord che la aspetta dietro i vetri appannati, ascoltando il passo lieve dell’asinello. Alla fine, la domanda resta sospesa nell’aria come una lanterna: perché Santa Lucia porta i regali quasi solo al Nord, se è nata in Sicilia? Forse perché le storie non obbediscono alla geografia, ma al bisogno delle persone che le raccontano. Là dove l’inverno è più lungo e il cielo sembra più basso, c’era bisogno di una santa che non solo proteggesse gli occhi, ma regalasse anche un lampo di gioia a chi cresceva tra nebbia e brina. Nel Sud, dove il culto era già pieno di miracoli e di cibo condiviso, non serviva che Lucia cambiasse mestiere: bastava che continuasse a vegliare sui porti, sulle campagne, sui malati che la invocano quando la vista si fa incerta. Così oggi esistono due Italie legate dallo stesso nome luminoso. Un’Italia in cui Santa Lucia profuma di cuccìa, di arancine, di mare, di processioni che tagliano la notte con mille candele; e un’Italia in cui il suo nome sa di fieno messo in una ciotola, di tazze colme di latte lasciate sul tavolo, di pacchetti nascosti nella fretta della sera. In mezzo corre una linea sottile, come una strada di luce che da Siracusa sale verso le città del Nord e le unisce. Forse il suo vero miracolo è proprio questo: ricordarci che, in un Paese spesso diviso, c’è almeno una storia che ci accomuna tutti, quella di una donna che ha preferito la libertà al compromesso e che, nei secoli, ha imparato a portare luce là dove serve. A volte è il chiarore di una processione, a volte è il riflesso dorato di un piatto di grano condiviso, a volte è l’emozione di un bambino che scende le scale all’alba del tredici dicembre e trova un dono ad aspettarlo. In ogni caso, è la stessa luce che torna, umile e ostinata, in mezzo al nostro inverno.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

Ti potrebbe interessare anche