di Tiziana Mazzaglia
Torino ci ha mostrato di nuovo quanto sia sottile la linea che separa il dissenso dalla devastazione: un corteo nato attorno alla vicenda del centro sociale Askatasuna è scivolato in scontri con le forze dell’ordine, tra fuochi d’artificio, bombe carta, oggetti lanciati e cariche; nelle cronache di sabato 31 gennaio 2026 compaiono arresti e denunce e, soprattutto, un numero di feriti che cambia a seconda delle fonti, ma che resta comunque allarmante, con decine di agenti colpiti e un poliziotto aggredito mentre era isolato. È qui che l’articolo deve fare uno scarto: non restare incastrato nella tifoseria, ma chiedere con urgenza cosa stiamo perdendo ogni volta che trasformiamo la piazza in un ring. Perdiamo il senso della parola “politica”, che nasce per comporre conflitti senza distruggere le persone; perdiamo l’ascolto, perché il rumore delle sirene copre qualunque ragione; perdiamo fiducia reciproca, e quando la fiducia si rompe, la città si riempie di sospetto come di fumo. E quel fumo, oggi, ha un significato ulteriore: ogni cassonetto incendiato, ogni oggetto bruciato, ogni residuo di materiale pirotecnico e ogni bonifica del giorno dopo diventano polveri e rifiuti, mezzi impiegati per riparare, energia spesa per rimettere insieme ciò che si è appena frantumato. Non è moralismo: è contabilità del reale. In un’epoca in cui l’IPCC ha ribadito con chiarezza che il riscaldamento globale è legato alle attività umane, e in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che l’inquinamento atmosferico provoca milioni di morti premature ogni anno, aggiungere combustioni e particolato dentro i quartieri è come gridare “salviamo il futuro” mentre lo anneriamo con le nostre stesse mani. Se il pianeta ci manda segnali precisi, anche le città ce li mandano: quando le strade del mattino sono piene di vetri, detriti e carcasse di oggetti, non è solo “ordine pubblico”, è un indicatore sociale di una frattura che si allarga. Il paradosso è che la violenza si presenta spesso come scorciatoia per ottenere attenzione, ma finisce per consegnare la scena a chi vuole soltanto repressione o vendetta: la storia lo ripete, e il cinema lo ha raccontato senza sconti, da La Haine, dove la spirale dello scontro diventa destino, fino a Gandhi, che mostra quanto la nonviolenza sia fatica, organizzazione e tenacia, non passività. Anche la letteratura ci avverte: Primo Levi scrive “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo”, e quel monito vale ogni volta che normalizziamo l’idea che ferire l’altro sia una forma accettabile di linguaggio. Per questo, oggi, l’urgenza è cooperazione: canali di mediazione prima che la tensione esploda, regole chiare e trasparenti, responsabilità individuale dentro i gruppi, formazione alla de-escalation, e una cultura pubblica che sappia isolare chi cerca deliberatamente lo scontro senza criminalizzare chi manifesta. La pace non è un appello ingenuo: è una strategia di sopravvivenza civile e ambientale. Perché una città che impara a discutere senza bruciare è una città che smette di consumare se stessa; e un Paese che sceglie di ricucire invece di spaccare è l’unico che può dirsi davvero moderno, mentre il mondo, fuori, ci chiede con urgenza meno cenere e più futuro.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
