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Si vota con rossetto e borsetta

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Quel mattino, 1 febbraio 1945, l’Italia era ancora un Paese ferito, con città segnate dalla guerra e famiglie che provavano a rimettere insieme i pezzi; eppure, in mezzo a quel rumore di macerie, accadde qualcosa che suona come un atto di fiducia nel futuro: venne esteso alle donne il diritto di voto, come a dire che la ricostruzione non poteva più essere raccontata con una voce sola, né decisa da una sola metà della popolazione. Da quel giorno il diritto non restò sulla carta: arrivò ai seggi, alle liste elettorali, alle mani che tremano un poco mentre piegano la scheda, fino al passaggio simbolico più potente, il 2 giugno 1946, quando le donne votarono per il referendum istituzionale e per l’Assemblea Costituente, entrando nell’atto fondativo della democrazia repubblicana con una presenza che non era più “concessione”, ma cittadinanza piena. E se immaginiamo quella scena, madri, operaie, insegnanti, ragazze che avevano appena visto la storia attraversare le strade, capiamo che il voto fu molto più di un diritto: fu un cambio di postura, un passo avanti fatto insieme, dopo secoli di esclusione, con la calma ostinata di chi sa di dover tenere duro anche quando nessuno applaude. Ma la vicenda delle donne, in Italia e nel mondo, non è una linea retta: è una salita con tornanti, e spesso si misura anche da ciò che tarda ad arrivare, come il riconoscimento pubblico del merito; perfino nei luoghi che celebrano l’eccellenza, la sproporzione racconta quanto sia stata lunga la lotta di genere. Lo dicono anche i Nobel: tra il 1901 e il 2025 il premio è stato assegnato a donne 68 volte (67 donne in totale, perché una sola, Marie Curie, lo ottenne due volte), un numero che non sminuisce quelle vincitrici ma illumina quanto sia stata ripida la strada per rendere visibile ciò che spesso veniva ignorato, minimizzato o attribuito ad altri. Eppure ci sono nomi che sembrano fari: Curie, appunto, è la prova vivente che il genio non ha genere, ma che il mondo ha avuto bisogno di molto tempo per accettarlo senza riserve. Poi arrivano le donne che non “scoprono soltanto”, ma cambiano il modo in cui guardiamo la realtà: Claudia Goldin, premiata per aver ricostruito con rigore storico e statistico le radici delle disparità nel lavoro e nei salari, ci ricorda che la disuguaglianza non è un destino naturale, è un sistema che si può capire e quindi trasformare. La lotta di genere, infatti, non vive solo nelle aule parlamentari o nei contratti: vive nel diritto di studiare senza essere scoraggiate, di parlare senza essere zittite, di fare carriera senza essere penalizzate, di dire “no” senza pagare un prezzo, di non essere punite per la propria libertà; e quando i grandi riconoscimenti internazionali hanno portato in primo piano donne che hanno sfidato repressioni e violenze per difendere diritti e dignità, hanno ribadito un punto essenziale: la libertà non è neutra, perché spesso il corpo e la voce delle donne diventano il primo campo di battaglia. A volte la riparazione arriva persino nei simboli pubblici: vedere riconosciute scienziate, ricercatrici, pioniere significa riscrivere la memoria collettiva, perché ciò che non viene nominato nei libri, nelle targhe, nei monumenti e nei premi rischia di essere creduto inesistente. E allora il senso del 1 febbraio 1945 si allarga fino a oggi: quel voto non fu la fine di una battaglia, fu l’inizio di un modo diverso di stare nel mondo, un modo in cui la partecipazione femminile diventa struttura della società; e ogni volta che una donna entra in un laboratorio, firma una legge, guida una redazione, vince un premio, denuncia una violenza, o semplicemente pretende rispetto sul lavoro, sta continuando, con strumenti nuovi e parole nuove, a stessa storia: quella di chi non chiede di essere “ammessa”, ma riconosciuta, perché la democrazia, senza la piena voce delle donne, resta sempre incompleta.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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