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Specchietti per le allodole

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Nell’era digitale, dove l’informazione viaggia alla velocità della luce, emergono figure che, senza alcuna formazione o abilitazione, si autoproclamano giornalisti. Questi individui, spesso attivi sui social media o su piattaforme online, si presentano come professionisti dell’informazione, ma in realtà mancano dei requisiti fondamentali per esercitare la professione. La Legge n. 69 del 1963 stabilisce che “nessuno può assumere il titolo né esercitare la professione di giornalista, se non è iscritto nell’albo professionale”. La violazione di questa disposizione è punita ai sensi dell’articolo 348 del Codice Penale, che prevede la reclusione da sei mesi a tre anni e una multa da 10.000 a 50.000 euro per chi esercita abusivamente una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato. Un caso emblematico è quello di un individuo condannato dalla Corte di Cassazione per aver partecipato a conferenze stampa, effettuato interviste e curato servizi di cronaca per una testata televisiva, senza essere iscritto all’albo dei giornalisti. La sentenza ha ribadito che tali attività, se svolte in maniera continuativa, organizzata e onerosa, configurano il reato di esercizio abusivo della professione. Questi “specchietti per le allodole” non solo ingannano il pubblico, ma mancano di rispetto a coloro che hanno dedicato anni di studio, pratica e sacrifici per diventare giornalisti. La professione giornalistica richiede competenze specifiche, etica e responsabilità, elementi che non possono essere improvvisati o simulati. È fondamentale che le istituzioni e gli ordini professionali vigilino su tali abusi, tutelando sia la dignità della professione sia il diritto dei cittadini a un’informazione corretta e affidabile. Solo attraverso il riconoscimento e il rispetto delle regole si può garantire la qualità e l’integrità del giornalismo.

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