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Quando le catastrofi ci fanno pensare alla fine del mondo

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Ci sono immagini che arrivano sullo schermo di un telefono e per qualche secondo fanno dimenticare la distanza. Un edificio che oscilla, una torre che crolla, persone che corrono in strada. È accaduto ancora, questa volta in Colombia. Il 10 agosto 2026 un terremoto di magnitudo 7,4 ha colpito la parte occidentale del Paese. Secondo l’United States Geological Survey, l’epicentro è stato localizzato nei pressi di San José del Palmar, nel dipartimento di Chocó, mentre l’ipocentro si trovava a circa 107 chilometri di profondità. Le notizie che continuano ad arrivare raccontano di vittime e gravi danni in diverse città. È una cronaca ancora in evoluzione e proprio per questo i numeri dovranno essere aggiornati nelle prossime ore. Davanti a immagini simili viene quasi spontaneo pensarlo: che cosa sta succedendo alla Terra? Terremoti, eruzioni, alluvioni, incendi, temperature estreme. Apriamo un social network e una catastrofe avvenuta a migliaia di chilometri da noi entra immediatamente nelle nostre case. La sensazione è quella di un pianeta sempre più inquieto. Ma quando dalla paura si passa alla scienza, il quadro diventa molto più complesso. I terremoti sono sempre avvenuti. La crosta terrestre non è una superficie immobile, ma un mosaico di grandi placche in continuo movimento. Quando le tensioni accumulate nelle rocce vengono improvvisamente liberate, l’energia si propaga sotto forma di onde sismiche. È il meccanismo naturale che accompagna la storia del nostro pianeta da tempi immensamente precedenti alla presenza dell’uomo. La domanda allora diventa un’altra: i grandi terremoti stanno realmente aumentando? La risposta fornita dall’USGS è particolarmente interessante perché contraddice la percezione che possiamo ricavare dalle notizie quotidiane. Secondo il servizio geologico statunitense, le variazioni temporanee nel numero dei terremoti rientrano nelle normali oscillazioni della sismicità mondiale e non costituiscono, da sole, la prova di un aumento dell’attività sismica globale. Sulla base delle registrazioni di lungo periodo, dal 1900 in poi, ci si attende mediamente ogni anno circa 16 grandi terremoti nel mondo: 15 di magnitudo 7 e uno di magnitudo 8 o superiore. E i numeri possono cambiare parecchio da un anno all’altro. Nel 2010, per esempio, furono registrati 23 terremoti di magnitudo almeno 7, mentre nel 1989 furono soltanto sei. Una concentrazione di grandi scosse in un determinato periodo, quindi, non significa automaticamente che sia iniziata una nuova fase geologica o che stia arrivando una catastrofe ancora maggiore. C’è poi un altro elemento che probabilmente contribuisce alla nostra percezione. Oggi sappiamo quasi istantaneamente che la terra ha tremato dall’altra parte del pianeta. L’USGS localizza circa 20.000 terremoti ogni anno, approssimativamente 55 al giorno. Inoltre, il numero degli eventi rilevati è cresciuto nel tempo anche perché è aumentato il numero degli strumenti sismici e la loro capacità di registrare scosse che in passato sarebbero potute sfuggire alle reti di monitoraggio. A questo si aggiungono comunicazioni globali e social network: un video girato durante un terremoto può raggiungere milioni di persone quando la terra sta ancora tremando. Ed è forse qui che nasce il paradosso contemporaneo. Non necessariamente viviamo su una Terra che trema più di prima; viviamo certamente in un mondo nel quale vediamo molto più di prima quanto la Terra abbia sempre tremato. Occorre anche evitare un’altra associazione immediata. Il cambiamento climatico rappresenta una delle grandi emergenze del nostro tempo e può influenzare numerosi fenomeni naturali, ma i normali grandi terremoti tettonici non possono essere messi nello stesso rapporto causa-effetto con il riscaldamento globale con cui possiamo discutere, per esempio, di ondate di calore o precipitazioni estreme. Sono fenomeni governati principalmente dalla dinamica interna della Terra e dal movimento delle placche. Questo, naturalmente, non rende meno drammatico ciò che sta accadendo in Colombia. Anzi. Un terremoto ci ricorda quanto possa essere sottile il confine tra la normalità quotidiana e un’emergenza. In pochi secondi una casa, una strada, una chiesa, un luogo attraversato migliaia di volte possono cambiare volto. E se non possiamo impedire alle placche di muoversi, possiamo fare moltissimo per impedire che un fenomeno naturale diventi una strage: costruzioni antisismiche, controlli, manutenzione degli edifici, sistemi di allerta, piani di evacuazione ed educazione della popolazione. Forse, allora, la domanda non dovrebbe essere «Siamo alla fine del mondo?». La scienza non ci offre elementi per dirlo e i dati sulla sismicità globale non indicano che una successione di terremoti sia il segnale dell’avvicinarsi di una catastrofe planetaria. La domanda più utile è un’altra: quanto siamo preparati a vivere su un pianeta che non è mai stato immobile? Perché la Terra continuerà a muoversi, come ha sempre fatto. La differenza, oggi, è che noi possiamo conoscerne meglio i meccanismi, monitorarli e soprattutto costruire società capaci di trasformare quella conoscenza in prevenzione. E forse è proprio questo il modo migliore per rispondere alla paura suscitata dalle immagini che arrivano dalla Colombia: non negarla, ma trasformarla in conoscenza.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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