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Il Danubio restituisce il ponte di Costantino: dalla storia un messaggio di tolleranza per il nostro tempo

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

A volte la storia non ha bisogno di essere cercata. È lei a riaffiorare, quasi a ricordarci qualcosa che avevamo dimenticato. Sta accadendo lungo il Danubio, dove il caldo e la siccità hanno abbassato il livello delle acque fino a rendere nuovamente visibili parti delle fondamenta del grande Ponte di Costantino, costruito quasi millesettecento anni fa. Un evento di straordinario interesse archeologico, certamente, ma anche un’immagine capace di assumere oggi un significato simbolico molto più profondo, perché dal Danubio non stanno riaffiorando soltanto pietre romane: riaffiora la memoria di Costantino e, con essa, quella di uno dei passaggi più importanti nella lunga e difficile storia della convivenza tra uomini di fedi differenti. Il ponte sorgeva nei pressi dell’antica Ulpia Oescus, nell’attuale Bulgaria settentrionale, e attraversava il Danubio verso Sucidava, nell’odierna Romania. Inaugurato nel 328 d.C., rappresentava una delle più imponenti opere d’ingegneria dell’Impero romano. Era lungo complessivamente più di due chilometri e aveva una funzione strategica, militare e commerciale. Il tempo, le vicende dell’Impero e soprattutto le acque del grande fiume finirono per nasconderne gran parte delle strutture. Oggi il livello eccezionalmente basso del Danubio permette agli archeologi di osservare e documentare nuovamente alcune delle sue fondamenta. Ma basta pronunciare il nome di Costantino perché il pensiero vada inevitabilmente anche a un’altra data: il 313 d.C. Quindici anni prima dell’inaugurazione di quel ponte, Costantino e Licinio si incontrarono a Milano e concordarono quella politica religiosa passata alla storia con il nome di Editto di Milano, spesso ricordato anche come Editto di tolleranza. È opportuno precisare che gli storici discutono sulla definizione stessa di “editto”: ciò che conosciamo attraverso le fonti è legato alle decisioni assunte dai due imperatori e successivamente comunicate da Licinio. Ma il significato storico di quel passaggio rimane enorme. L’Impero romano usciva dalle grandi persecuzioni contro i cristiani. Con le disposizioni del 313 veniva riconosciuta ai cristiani la libertà di professare la propria religione e veniva prevista la restituzione dei beni precedentemente confiscati. Ma c’è un elemento che, osservato con gli occhi di oggi, merita particolare attenzione: il principio non riguardava esclusivamente i cristiani. La libertà di culto veniva riconosciuta anche agli altri, lasciando a ciascuno la possibilità di seguire la propria fede. Naturalmente sarebbe un errore sovrapporre il concetto contemporaneo di libertà religiosa a quello del IV secolo o trasformare Costantino nell’anticipatore perfetto dei valori delle moderne democrazie. La storia è sempre più complessa delle sue celebrazioni. Eppure quel 313 segnò una svolta: dopo le persecuzioni, l’appartenenza religiosa non doveva più essere, almeno secondo quel principio, motivo sufficiente per essere perseguitati. Sono trascorsi più di diciassette secoli e proprio qui il riaffiorare delle fondamenta del ponte sembra smettere per un momento di appartenere soltanto all’archeologia. Viviamo in un mondo nel quale guerre, persecuzioni, discriminazioni religiose, razzismo, antisemitismo, odio verso chi appartiene a un’altra cultura o professa una fede differente continuano a dimostrare quanto la convivenza non possa mai essere considerata definitivamente conquistata. La tolleranza può sembrare una parola antica, persino insufficiente rispetto al più moderno concetto di rispetto, eppure continua a rappresentare una delle condizioni indispensabili per vivere insieme. Ed è difficile non cogliere la forza del simbolo che il Danubio ci sta restituendo. Un ponte unisce due rive. Nasce esattamente dove esiste una separazione e permette all’uomo di attraversarla. Quello costruito sotto Costantino aveva certamente finalità molto concrete e non fu edificato come monumento alla tolleranza. Sarebbe storicamente scorretto attribuirgli oggi un’intenzione che non ebbe. Ma la storia può lasciare immagini che le generazioni successive imparano a leggere con occhi nuovi. Così quelle fondamenta che emergono dall’acqua possono diventare una metafora del nostro presente. Da una parte del fiume una terra, dall’altra un’altra terra. In mezzo una distanza. E sopra quella distanza l’uomo costruisce un passaggio. Forse è proprio di questo che abbiamo nuovamente bisogno. Abbiamo bisogno di ponti tra religioni differenti, tra culture che troppo spesso si osservano con diffidenza, tra generazioni, tra popoli e persino tra persone che hanno smesso di ascoltarsi perché convinte che dialogare significhi necessariamente rinunciare alle proprie convinzioni. Tollerare non significa cancellare le differenze e nemmeno pretendere che tutti pensino allo stesso modo. Significa riconoscere all’altro il diritto di esistere nella propria diversità. C’è infine un paradosso che rende questa storia ancora più potente. A permetterci di vedere quelle pietre è l’abbassamento delle acque del Danubio, in un’Europa che continua a confrontarsi con caldo estremo, siccità e conseguenze del cambiamento climatico. È dunque una fragilità del presente a scoprire una testimonianza del passato. Il fiume si ritira e riaffiora la memoria. Quasi millesettecento anni dopo, le fondamenta del ponte voluto da Costantino tornano davanti ai nostri occhi mentre il mondo continua a interrogarsi su come convivere con le differenze. Forse sarebbe eccessivo pensare che la storia voglia mandarci dei messaggi. La storia non parla da sola: siamo noi a interrogarla. Ma possiamo decidere che cosa fare della memoria che ci restituisce. Nel 313 si compì un passo fondamentale verso il riconoscimento della possibilità di professare fedi differenti. Nel 328 sulle acque del Danubio venne costruito un ponte capace di congiungere due rive. Nel 2026 quelle antiche fondamenta riaffiorano. E in un presente nel quale sembra spesso più facile innalzare muri che cercare punti d’incontro, forse vale la pena fermarsi a guardarle. Perché dal Danubio non sta emergendo soltanto il ponte di Costantino. Sta riaffiorando una domanda che attraversa i secoli: siamo ancora capaci di costruire ponti tra noi?

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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