di Tiziana Mazzaglia
Nelle mani di una bambina, una bambola non è solo un giocattolo: è il primo specchio dell’anima, la compagna silenziosa di giochi e confidenze, il riflesso di una maternità immaginata, un piccolo corpo inerte a cui si dà vita con la fantasia. Le bambine, stringendo a sé quelle figure di stoffa o plastica, imparano il linguaggio della cura: le pettinano, le vestono, le cullano, insegnano loro a mangiare e a dormire. Attraverso quel gesto apparentemente semplice, iniziano a esplorare un mondo di responsabilità. Come scrisse Marguerite Duras: “Una bambina che gioca con una bambola si esercita già all’amore: è il primo gesto di maternità”. Con la bambola si gioca a fare la mamma, ma anche la donna indipendente: la si veste per andare a lavorare, la si accompagna al supermercato, la si mette nel giardino di casa con un piccolo rastrello tra le mani. In quel gioco c’è un’educazione simbolica, una lezione silenziosa che insegna, senza che nessuno la pronunci, che una donna dovrà cavarsela da sola. Sarà cuoca, sarta, infermiera, amica, tutto in uno. E lei, la bambina, lo impara senza chiedere perché. Le bambole sono anche palcoscenico di stile: gli abiti, gli accessori, i colori diventano strumenti di espressione personale. Le bambine iniziano a capire l’importanza della presentazione, del dettaglio, del gesto che dice “questa sono io”. Coco Chanel affermava: “La moda non è qualcosa che esiste solo negli abiti. La moda è nel cielo, nella strada, ha a che fare con le idee, con il nostro modo di vivere”. Anche nella stanza di una bambina. Ma più di tutto, la bambola è un’amica. Un’amica che ascolta, che non interrompe, che consola e si lascia consolare. In alcuni casi, è anche proiezione ideale di sé: “Da grande sarò come lei”, pensa la bambina, osservando quel viso perfetto e quei vestiti scelti con cura. Come disse Antoine de Saint-Exupéry: “Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”. E così, nel silenzio di una cameretta o nel chiasso di un salotto, il gioco con la bambola diventa un atto formativo, un rito di passaggio, un piccolo romanzo che si scrive ogni giorno tra sogni e realtà. Perché una bambola, alla fine, non è solo un gioco: è il primo specchio in cui una bambina vede riflessa la donna che diventerà.
