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Immergersi in un parco con l’anima e il corpo

Giornata Europea dei parchi

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

La Giornata europea dei parchi, celebrata il ventiquattro maggio, è una ricorrenza che invita a guardare i parchi non come semplici spazi verdi da attraversare nel tempo libero, ma come grandi presìdi di vita, memoria, equilibrio e futuro. Nata per celebrare le aree protette d’Europa e per ricordare l’istituzione dei primi parchi nazionali europei in Svezia, all’inizio del Novecento, questa giornata porta con sé un messaggio sempre più urgente: proteggere la natura significa proteggere anche noi stessi. Il tema del duemilaventisei, “connessi dalla natura”, racconta proprio questa verità: nessun parco è un’isola, nessun bosco vive da solo, nessuna specie sopravvive senza relazioni, nessuna comunità può dirsi davvero sana se perde il legame con il paesaggio che la circonda. Le aree protette sono corridoi ecologici, rifugi per animali e piante, serbatoi di acqua, custodi di suolo fertile, luoghi di ricerca scientifica, educazione ambientale, turismo lento e benessere umano. In Europa, oltre un quarto della superficie terrestre dell’Unione è oggi sottoposto a forme di protezione, mentre la rete Natura duemila comprende più di ventisettemila siti e tutela quasi un quinto del territorio terrestre dell’Unione e oltre un decimo delle sue acque marine. Sono numeri importanti, ma non bastano da soli: una zona protetta sulla carta deve diventare un ecosistema davvero curato, gestito, rispettato e collegato agli altri. La biodiversità, infatti, non conosce confini amministrativi: un lupo attraversa montagne e vallate, un fiume unisce territori diversi, un uccello migratore porta nella stessa rotta continenti lontani, un seme viaggia con il vento, un insetto impollinatore collega un prato a un frutteto. “In ogni passeggiata nella natura l’uomo riceve molto più di ciò che cerca”, scriveva John Muir, padre spirituale dei parchi moderni, e questa frase spiega perché le aree protette non siano soltanto un patrimonio ecologico, ma anche emotivo e culturale. Chi entra in un parco ritrova qualcosa che la vita urbana spesso cancella: il ritmo lento delle stagioni, il silenzio del bosco, la pazienza degli alberi, la presenza discreta degli animali, la misura del proprio passo. Eppure i parchi non sono cartoline immobili. Sono territori vivi, fragili, attraversati da sfide enormi: cambiamenti climatici, siccità, incendi, perdita di habitat, turismo non regolato, specie invasive, consumo di suolo, inquinamento, abbandono delle aree interne e pressione delle attività umane. In molte zone d’Europa gli habitat protetti non sono ancora in buone condizioni di conservazione, e questo dimostra che istituire un parco è solo il primo passo: il vero lavoro comincia dopo, nella manutenzione, nel monitoraggio, nella prevenzione, nell’educazione e nel coinvolgimento delle comunità locali. La Giornata europea dei parchi serve proprio a ricordare che la protezione della natura non può essere delegata solo a guardiaparco, biologi e istituzioni. È una responsabilità collettiva. Ogni cittadino che rispetta un sentiero, non abbandona rifiuti, non disturba la fauna, non raccoglie specie protette, sceglie un turismo rispettoso e sostiene le economie locali diventa parte di una rete di tutela. I parchi, infatti, non conservano soltanto animali e piante: conservano mestieri, saperi, dialetti, architetture rurali, pascoli, sentieri, memorie di comunità e forme antiche di convivenza con il territorio. In Italia, dalle Alpi agli Appennini, dalle isole ai parchi costieri, le aree protette raccontano una ricchezza straordinaria: foreste di faggi, lagune, vulcani, canyon, zone umide, praterie d’altura, macchia mediterranea, borghi, monasteri, antichi tratturi e paesaggi modellati nei secoli dall’incontro tra natura e cultura. “La terra non è un’eredità ricevuta dai nostri padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli”, recita una frase spesso citata quando si parla di ambiente, e anche se la sua origine è discussa, il suo significato rimane limpido: ciò che roviniamo oggi mancherà a chi verrà domani. Le statistiche rendono questa responsabilità ancora più concreta: l’Unione europea si è posta l’obiettivo di proteggere almeno il trenta per cento delle terre e dei mari entro il duemilatrenta e di garantire una protezione rigorosa ad almeno il dieci per cento di questi spazi; nel frattempo, gli ecosistemi continuano a subire pressioni crescenti e la perdita di biodiversità resta una delle principali emergenze ambientali del nostro secolo. I parchi sono una delle risposte più efficaci, ma devono essere pensati non come recinti separati dalla vita quotidiana, bensì come nodi di una grande infrastruttura naturale. Servono corridoi verdi tra le aree protette, fiumi liberi di scorrere, boschi connessi, città più permeabili alla natura, agricoltura sostenibile attorno ai confini dei parchi, turismo educato, scuole coinvolte, ricerca finanziata e comunità protagoniste. “La natura non è un posto da visitare, è casa nostra”, scriveva Gary Snyder, e questa frase ci costringe a cambiare sguardo: non andiamo nel parco come ospiti distratti di un paesaggio esterno, ma come abitanti di una casa più grande. La Giornata europea dei parchi ci invita allora a riscoprire il valore politico, sociale e spirituale delle aree protette. Politico, perché decidere di proteggere un territorio significa scegliere il futuro contro il profitto immediato. Sociale, perché i parchi offrono salute, educazione, turismo responsabile, lavoro e qualità della vita. Spirituale, perché davanti a un bosco antico, a un cervo che attraversa una radura, a un’aquila che disegna cerchi nel cielo, a una fioritura di montagna o a un lago silenzioso, l’uomo ricorda di non essere il centro del mondo, ma una parte del vivente. Anche la letteratura lo ha raccontato infinite volte: da Thoreau, che vedeva nella natura selvaggia una salvezza per l’uomo moderno, a Rigoni Stern, che nei boschi trovava memoria, fatica e dignità, fino a Calvino, che negli alberi trasformava il paesaggio in una forma di libertà. I parchi europei sono tutto questo: luoghi in cui il passato naturale del continente incontra il suo futuro possibile. Celebrarli significa difendere il diritto delle specie a esistere, dei bambini a conoscere il canto degli uccelli, delle comunità a vivere in territori sani, delle generazioni future a trovare ancora montagne, boschi, fiumi e coste non ridotti a risorse consumate. Il ventiquattro maggio non dovrebbe essere soltanto una data da segnare sul calendario, ma un invito a uscire, osservare, imparare e proteggere. Perché un parco non è solo un’area delimitata su una mappa: è un patto tra l’uomo e la Terra. È la promessa che non tutto sarà cementificato, sfruttato, accelerato, venduto o dimenticato. È uno spazio in cui la natura può continuare a parlare con la sua lingua antica, fatta di vento, radici, acqua, piume, foglie e silenzi. E in un’Europa che spesso discute di confini, economie e paure, i parchi ricordano una verità più profonda: siamo connessi dalla natura prima ancora che dalle strade, dai mercati o dalle leggi. Proteggerla non è un gesto romantico, ma una necessità vitale.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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