di Tiziana Mazzaglia
Ci sono opere che utilizzano la fiaba come semplice dispositivo estetico e altre che, al contrario, ne smontano la struttura archetipica per interrogare questioni molto più profonde: il trauma, l’identità, la costruzione del male, il rapporto tra vulnerabilità emotiva e potere. Maleficent e Maleficent: Mistress of Evil appartengono senza dubbio a questa seconda categoria. Dietro l’impianto fantasy, le scenografie gotiche e l’apparato spettacolare, la saga costruisce infatti un discorso sorprendentemente maturo sulla violenza psicologica, sulla paura del diverso e soprattutto sul destino di chi, dopo essere stato profondamente ferito, deve decidere se trasformare il proprio dolore in distruzione oppure in capacità di amare. La grande intuizione narrativa dei due film consiste nel sottrarre Malefica alla bidimensionalità morale della fiaba classica, dove la strega coincide semplicemente con il male, per restituirle invece una complessità interiore che la rende una delle figure femminili più interessanti prodotte dal cinema mainstream contemporaneo. Fin dalle prime sequenze del primo capitolo, Malefica appare come una creatura perfettamente integrata nella natura, quasi una personificazione dell’elemento istintivo e originario non ancora contaminato dalle logiche umane del dominio. Le sue ali non rappresentano soltanto libertà o potenza fisica, ma costituiscono la manifestazione concreta della sua identità più autentica, della continuità armonica tra corpo, spirito e appartenenza al mondo. Quando Stefan gliele sottrae per ottenere il trono, il film mette in scena qualcosa che va ben oltre il tradimento sentimentale: si assiste a una mutilazione identitaria, a una frattura psichica che interrompe violentemente la continuità interiore del personaggio. La scena possiede una forza simbolica rarissima nel cinema fantasy contemporaneo perché riesce a rappresentare con estrema precisione il modo in cui il trauma possa alterare radicalmente la percezione di sé e degli altri senza tuttavia cancellare completamente il nucleo originario della persona ferita. Stefan, da questo punto di vista, è un personaggio molto più complesso di quanto possa sembrare a una lettura superficiale. Non è semplicemente crudele o opportunista; è una personalità costruita attorno a un’ambizione compensatoria patologica, incapace di vivere l’amore come esperienza di reciprocità e portata invece a concepire l’altro esclusivamente come strumento di elevazione personale. Egli non ama veramente Malefica: ama ciò che Malefica rappresenta per lui. Ama la possibilità di trascendere la propria condizione attraverso la luce dell’altro. È per questo che il film descrive con straordinaria lucidità una dinamica tipica delle strutture narcisistiche: l’altro viene idealizzato finché alimenta il senso di potere del soggetto, ma diventa improvvisamente sacrificabile nel momento in cui entra in conflitto con il bisogno di affermazione personale. È significativo che Stefan continui ossessivamente a perseguitare Malefica anche dopo aver ottenuto il regno; la sua aggressività non nasce più da una necessità politica reale, ma dall’impossibilità psicologica di tollerare l’esistenza stessa della persona che incarna il ricordo vivente della propria colpa. In questo senso Malefica diventa per lui una presenza persecutoria, quasi il ritorno continuo del rimosso. l trauma produce in Malefica una trasformazione evidente. Dopo il tradimento, il personaggio sviluppa una struttura difensiva fondata sul cinismo, sull’isolamento emotivo e sulla trasformazione della sofferenza in aggressività. Tuttavia il film evita intelligentemente la semplificazione morale: Malefica non diventa realmente malvagia, ma emotivamente dissociata. La sua oscurità non coincide con l’assenza di empatia, bensì con l’impossibilità momentanea di accedere a una parte di sé rimasta congelata dal dolore. È proprio qui che Aurora assume una funzione psicologica decisiva. La bambina rappresenta ciò che Malefica credeva definitivamente perduto: la possibilità di un legame non fondato sul dominio, sulla manipolazione o sulla paura dell’abbandono. Il loro rapporto non nasce immediatamente come amore materno, ma si costruisce lentamente attraverso una prossimità quasi involontaria. Malefica osserva Aurora dapprima con distacco ironico, poi con curiosità, infine con una forma di attaccamento assoluto che mette continuamente in crisi la corazza emotiva costruita per sopravvivere. La scelta narrativa di attribuire a Malefica il “vero bacio d’amore” costituisce uno degli aspetti più culturalmente rilevanti dell’intera operazione Disney. Il film demolisce infatti il paradigma classico dell’amore romantico salvifico e lo sostituisce con una concezione dell’amore fondata sulla responsabilità emotiva, sulla cura e sulla presenza. Non è il desiderio a salvare Aurora, ma la capacità di una creatura ferita di continuare ad amare nonostante il trauma subito. Persino il recupero delle ali assume quindi un significato eminentemente psicologico: non rappresenta semplicemente il ritorno della forza, ma la reintegrazione dell’identità dissociata, la possibilità di tornare interi dopo essere stati spezzati. Nel secondo capitolo, Maleficent: Mistress of Evil, il discorso si amplia assumendo una dimensione quasi politica e antropologica. Se il primo film era essenzialmente una fiaba gotica sul trauma individuale, il secondo trasforma quel dolore privato in conflitto collettivo e mette in scena lo scontro tra due civiltà incompatibili: da una parte il mondo magico, istintivo, naturale, ancora legato all’emotività e all’elemento organico; dall’altra il regno umano, dominato invece dalla gerarchia, dalla paura dell’alterità e dall’ossessione del controllo. Il castello umano appare quasi come una Babilonia contemporanea: raffinato, ordinato, apparentemente civile, ma costruito su una paura profonda verso tutto ciò che non può essere assimilato o controllato. In questo contesto la Regina Ingrid emerge come il vero opposto psicologico di Malefica. Se quest’ultima è governata dalla trasparenza emotiva, Ingrid incarna invece la perfetta socializzazione della violenza. Elegante, composta, impeccabile nella postura e nel linguaggio, la regina utilizza la raffinatezza come strumento di manipolazione e dominio. La celebre scena della cena rappresenta probabilmente il momento più significativo dell’intera saga dal punto di vista psicologico perché mette a confronto due modelli opposti di gestione emotiva. Malefica appare incapace di fingere: ogni emozione le attraversa il volto senza mediazioni, ogni disagio emerge immediatamente nel corpo e nello sguardo. Ingrid, al contrario, esercita una forma di aggressività fredda, lucidissima, completamente controllata. Umilia senza alzare la voce, ferisce mantenendo intatta l’eleganza sociale. Il film suggerisce così una riflessione estremamente contemporanea: la società tende spesso a considerare “mostruoso” non ciò che è realmente pericoloso, ma ciò che è emotivamente incontrollabile, ciò che non riesce a nascondersi dietro i codici della convenzione. Malefica appare oscura esteriormente ma interiormente limpida; Ingrid appare luminosa all’esterno ma profondamente corrotta dal bisogno di dominio. È qui che la saga raggiunge il suo nucleo filosofico più profondo: il vero discrimine morale non separa semplicemente il bene dal male, bensì distingue chi, pur attraversato dal trauma, conserva ancora la capacità di amare da chi invece sacrifica definitivamente l’empatia in nome del controllo e del potere. Anche per questo Malefica continua ad apparire tragica e umanissima allo stesso tempo. È potentissima, eppure vulnerabile; capace di distruggere eserciti, ma incapace di proteggersi emotivamente. Ama gli altri più di sé stessa, accetta l’umiliazione pur di non perdere Aurora, cerca continuamente la pace anche quando il mondo continua a leggerla come una minaccia. Il finale del secondo film, con il ritorno alla natura e alla dimensione fiabesca dopo la guerra e la distruzione, assume infine il valore di una riconciliazione simbolica. Dopo castelli, armi e conflitti politici, la narrazione torna al cielo, agli alberi, alla dimensione originaria della vita. Il battesimo conclusivo chiude così il cerchio aperto dal primo film: se nel primo battesimo nasceva una maledizione, nell’ultimo nasce invece la possibilità che il dolore non venga più tramandato come destino ereditario. Ed è forse proprio questo il significato più profondo della saga: non sono le ferite a trasformare gli esseri umani in mostri, ma la perdita definitiva della capacità di amare dopo aver sofferto. Malefica, nonostante tutto, continua invece ostinatamente ad amare. Ed è precisamente questa ostinazione emotiva, fragile e potentissima insieme, a renderla una delle figure più tragiche e affascinanti della fiaba contemporanea.
Filmografia:
Maleficent — regia di Robert Stromberg, 2014. Con Angelina Jolie, Elle Fanning e Sharlto Copley.
Maleficent: Mistress of Evil — regia di Joachim Rønning, 2019. Con Angelina Jolie, Elle Fanning, Michelle Pfeiffer e Harris Dickinson.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
