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La fotografia, il tempo e la memoria: da Daguerre a Italo Zannier

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Ci sono fotografie che restano chiuse per anni in un cassetto e che, quando tornano tra le nostre mani, riescono a riportarci indietro nel tempo con una forza sorprendente. Basta un volto, una strada, una casa che non esiste più. In quell’immagine immobile ritroviamo una voce, un profumo, un pezzo della nostra vita. Forse è proprio da questo piccolo miracolo quotidiano che bisogna partire per raccontare la storia della fotografia e ricordare Italo Zannier, lo storico, fotografo e docente friulano scomparso nell’ottobre del 2026 a 94 anni, che ha dedicato la sua esistenza a insegnare agli italiani non soltanto a guardare le immagini, ma soprattutto a comprenderle. Oggi fotografiamo qualsiasi cosa. Ci basta estrarre il telefono dalla tasca per fermare un tramonto, il sorriso di un bambino, una tavola apparecchiata o il paesaggio visto dal finestrino di un treno. Lo facciamo senza quasi pensarci, come se fosse sempre stato possibile. Eppure c’è stato un tempo in cui conservare l’aspetto di una persona o di un luogo era un privilegio affidato alla pittura e al disegno. Per secoli il volto di un antenato poteva sopravvivere soltanto se qualcuno lo aveva dipinto; il ricordo di una città dipendeva dalla mano di un artista, dalla sua memoria e dalla sua interpretazione. Poi, nell’Ottocento, accadde qualcosa di straordinario: la luce cominciò a lasciare una traccia permanente. Joseph Nicéphore Niépce riuscì, intorno al 1826-1827, a fissare su una superficie una veduta dalla finestra della sua casa. Era un’immagine sfocata, lontanissima dalla nitidezza alla quale siamo abituati, ma conteneva già una promessa immensa: il mondo avrebbe potuto conservare una propria impronta. Nel 1839 il procedimento di Louis Daguerre venne presentato pubblicamente e la fotografia iniziò il suo cammino. I primi ritratti richiedevano pazienza, immobilità, tempi di esposizione lunghi. Immagino quelle persone sedute davanti all’obiettivo, consapevoli di partecipare a qualcosa di nuovo, forse incapaci di prevedere che un giorno milioni di esseri umani avrebbero affidato a una piccola macchina la cronaca della propria esistenza. Con il tempo arrivarono i negativi, le stampe riproducibili, le macchine più semplici da usare. Alla fine dell’Ottocento la diffusione della Kodak contribuì a trasformare la fotografia da pratica per specialisti a esperienza accessibile a un pubblico sempre più vasto. Le immagini entrarono nelle case, si disposero negli album, vennero spedite ai parenti lontani, conservate nelle scatole insieme alle lettere. Fotografare significava dire: questo momento è esistito, questa persona è stata qui. Ma la fotografia non rimase confinata alla sfera degli affetti. Il Novecento le affidò anche il compito di raccontare il dolore e le trasformazioni della storia. Le guerre, le migrazioni, le fabbriche, le periferie, i volti segnati dalla povertà divennero immagini capaci di attraversare confini e lingue. Nel 1936 Dorothea Lange fotografò una madre durante la Grande Depressione americana: quello sguardo preoccupato, circondato dai figli, divenne il simbolo di una sofferenza collettiva. Robert Capa portò la macchina fotografica vicino ai luoghi dei conflitti, mostrando quanto il fotogiornalismo potesse avvicinare chi osservava alla fragilità di chi viveva gli eventi. Le fotografie cominciarono a fare qualcosa che le parole, da sole, talvolta non riuscivano a fare: costringerci a fermarci davanti a un volto e a riconoscere una storia. Eppure proprio allora si fece più urgente una domanda: una fotografia racconta sempre la verità? Chi scatta sceglie l’inquadratura, il momento, ciò che deve apparire e ciò che resterà invisibile. Anche un’immagine autentica può essere interpretata male se viene separata dal suo contesto. È qui che la vita di Italo Zannier acquista un significato particolare. Nato a Spilimbergo nel 1932, si avvicinò alla fotografia nel secondo dopoguerra, quando l’Italia cambiava rapidamente e i paesaggi, le abitudini e le comunità cominciavano a trasformarsi sotto la spinta della modernizzazione. Il Friuli fu per lui un territorio da esplorare e raccontare. Non gli bastava produrre immagini belle: voleva capire che cosa potessero testimoniare. Nel 1955 partecipò alla nascita del Gruppo friulano per una nuova fotografia, che cercava nuove strade per il linguaggio fotografico. In seguito si dedicò con crescente intensità alla ricerca storica, alla pubblicazione di studi, all’organizzazione di mostre e all’insegnamento. Con la sua Breve storia della fotografia, pubblicata nel 1961, contribuì a dare forma a una disciplina che in Italia faticava ancora a essere riconosciuta. La sua battaglia culturale era semplice soltanto in apparenza: chiedeva che la fotografia venisse studiata per ciò che era, non come una sorella minore della pittura. «La fotografia non è serva di nessuno, nemmeno della pittura», affermava, in una frase riportata da Michele Smargiassi su la Repubblica nel 2024. In quelle parole c’è tutta la determinazione di chi ha trascorso una vita a difendere l’autonomia di un linguaggio. Zannier insegnò la storia della fotografia in ambito universitario e contribuì a far entrare le immagini nei luoghi della ricerca, dove per troppo tempo erano state considerate soprattutto illustrazioni a corredo di altri saperi. Ma una fotografia può essere essa stessa un documento, una fonte, un interrogativo rivolto al passato. Lo dimostrano anche le sue ricerche sul territorio e sul confronto fra immagini di uno stesso luogo riprese in tempi differenti. Una piazza fotografata a distanza di cinquant’anni può raccontare la scomparsa di un mestiere, l’arrivo di un’industria, il mutamento delle abitudini, il passaggio di generazioni. Guardando due immagini accostate, non vediamo soltanto edifici nuovi o vecchi: vediamo il tempo che ha lavorato silenziosamente sulla vita delle persone. Zannier si impegnò anche nella tutela degli archivi fotografici e nella costruzione di spazi dedicati allo studio e alla conservazione delle immagini. Perché perdere una fotografia non significa sempre perdere soltanto un oggetto: talvolta significa cancellare l’unica testimonianza visibile di una comunità, di un lavoro, di un luogo che non c’è più. E mentre lui continuava a studiare e a insegnare, la fotografia cambiava pelle. La pellicola lasciava progressivamente spazio al digitale, le camere oscure ai programmi di elaborazione, gli album agli schermi luminosi. Zannier osservava queste trasformazioni senza ridurre la fotografia a una questione di strumenti. Arrivò a parlare di «fotofania», dell’apparire dell’immagine, quasi a intuire che il suo destino sarebbe stato sempre meno legato alla carta e sempre più alla presenza fugace della luce su uno schermo. Oggi siamo andati ancora oltre. L’intelligenza artificiale può creare volti di persone mai nate e scenari mai esistiti, immagini convincenti che sembrano testimonianze e invece sono costruzioni. Proprio per questo la lezione di Zannier ci riguarda più che mai: dobbiamo imparare a leggere ciò che vediamo, chiederci da dove provenga un’immagine, chi l’abbia prodotta, perché e in quale contesto. Non basta saper premere un pulsante per diventare fotografi consapevoli, così come non basta guardare per comprendere. Forse la velocità è la differenza più grande fra il nostro tempo e quello dei primi fotografi. Un tempo ci si preparava allo scatto, si attendeva lo sviluppo, si custodiva con cura la stampa. Oggi produciamo decine di immagini in pochi minuti e spesso non torniamo mai a osservarle. Fotografiamo per non dimenticare, ma rischiamo di dimenticare proprio perché fotografiamo tutto. La scrittrice Susan Sontag, nel saggio Sulla fotografia, definiva le immagini fotografiche «memento mori», un richiamo alla nostra mortalità. Ogni fotografia, anche la più gioiosa, ci ricorda infatti che l’istante ritratto è già passato. È forse per questo che le fotografie delle persone amate ci commuovono tanto: ci restituiscono qualcosa e, nello stesso momento, ci fanno sentire ciò che non possiamo recuperare. Penso alle vecchie fotografie di famiglia, ai margini consumati, ai nomi scritti sul retro con una grafia che riconosceremmo tra mille. Penso a quelle immagini nelle quali qualcuno sorride senza sapere che, molti anni dopo, un figlio o un nipote avrebbe cercato proprio quel sorriso per sentirlo ancora vicino. In fondo, la storia della fotografia non è soltanto la storia di un’invenzione tecnica. È la storia del bisogno umano di trattenere ciò che passa, di dare un volto alla memoria e di lasciare una traccia. Italo Zannier ha avuto il merito di ricordarci che questa traccia merita studio, attenzione e rispetto. La sua scomparsa ci consegna una domanda che va oltre la fotografia: in un mondo pieno di immagini, quanto tempo dedichiamo davvero a guardare? Forse il modo più bello per ricordarlo è aprire un album, osservare una vecchia strada, soffermarsi su un volto sconosciuto e provare a immaginare la vita che quell’immagine custodisce. Perché una macchina fotografica può fermare un istante, ma soltanto uno sguardo attento può restituirgli una storia.

L’immagine allegata è stata creata con l’intelligenza Artificiale.

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