di Tiziana Mazzaglia
Milano, novembre 1628. L’aria è fredda, il pane manca e nelle strade cresce un rumore che non è ancora una rivolta, ma già le somiglia. Prima una voce, poi un grido, poi decine di passi che si uniscono. Davanti ai forni la folla si addensa, spinge, reclama. C’è chi ha fame davvero, chi teme di non poter sfamare i figli e chi, confondendosi tra gli altri, sente improvvisamente di poter fare ciò che da solo non oserebbe. Alessandro Manzoni, nei capitoli XII e XIII dei Promessi sposi, ci conduce proprio lì, nel cuore di una Milano inquieta, dove la carestia, il prezzo del pane e le decisioni delle autorità alimentano una rabbia che finisce per travolgere ogni argine. Renzo arriva in città e incontra una moltitudine in movimento: non una sola volontà, non una sola ragione, ma tante persone trascinate dallo stesso tumulto. Passano quasi quattro secoli. Milano ha cambiato volto: le strade sono illuminate, le botteghe sono diventate grandi negozi, il rumore dei carri ha lasciato il posto a quello del traffico. Eppure, davanti alla notizia di una vetrina sfondata e di biciclette portate via da un negozio di articoli sportivi nel centro della città, la memoria corre a quelle pagine. Non perché i due episodi siano uguali, ma proprio perché non lo sono. Nel Seicento l’assalto ai forni nasce sullo sfondo di una fame reale, di un bisogno elementare che mette in gioco la sopravvivenza. Il pane non è un oggetto da desiderare: è ciò che permette di vivere. Oggi, invece, una bicicletta sottratta durante un saccheggio non racconta, di per sé, la medesima disperazione. Sarebbe un errore cancellare questa distanza, usare la miseria di allora come semplice immagine per descrivere il furto di oggi. La tragedia narrata da Manzoni merita di essere compresa nelle sue cause, non trasformata in una facile somiglianza. E tuttavia c’è qualcosa che attraversa i secoli e ci interroga. È il momento in cui una folla smette di essere un insieme di persone e sembra diventare un corpo solo; il momento in cui ciascuno si sente meno responsabile perché intorno a sé vede altri compiere lo stesso gesto. Una mano colpisce una porta, un’altra raccoglie ciò che cade, qualcuno osserva, qualcuno incoraggia, qualcuno approfitta del disordine. Nel romanzo non tutti quelli che corrono verso il forno sono mossi dalla stessa necessità, così come nella cronaca di oggi non è corretto attribuire a ogni manifestante le azioni di chi saccheggia. La protesta e il furto non sono sinonimi. Il disagio sociale può chiedere ascolto, il dissenso può occupare le piazze, la rabbia può avere ragioni profonde; ma rompere una vetrina e portare via merce non equivale a ottenere giustizia. Manzoni ci insegna a guardare oltre il frastuono. Ci mostra quanto sia facile cercare un colpevole immediato e quanto sia difficile comprendere le responsabilità, le scelte sbagliate del potere, gli interessi e le paure che alimentano una sommossa. E ci lascia anche un’altra lezione: distruggere il luogo in cui si produce o si vende ciò di cui si ha bisogno non risolve il problema che ha acceso la protesta. Il forno devastato non farà comparire altro pane. La vetrina infranta non renderà più giusta una città. Rimarranno i danni, il lavoro interrotto, la paura e, spesso, il silenzio sulle questioni che meritavano davvero una risposta. C’è poi un’immagine che non riesco a dimenticare: Renzo in mezzo alla folla, spettatore e insieme uomo esposto al suo richiamo. Renzo osserva quella folla e sembra interrogarsi su una contraddizione evidente: se si distruggono i forni, dove si preparerà il pane di cui tutti hanno così disperatamente bisogno? È una riflessione semplice, ma di straordinaria attualità. Anche oggi possiamo osservare un filmato, lasciarci catturare dall’indignazione, scegliere rapidamente da che parte stare e smettere di porci domande. E se oggi qualcuno distrugge ciò che appartiene alla città, chi pagherà il prezzo di quella distruzione? Chi sosterrà le spese per riparare i danni, ripristinare i servizi, restituire alla collettività ciò che la violenza ha sottratto? Perché ogni gesto di distruzione lascia dietro di sé un costo, economico e sociale, che non sempre ricade soltanto su chi lo ha compiuto. La letteratura, invece, ci costringe a rallentare lo sguardo. Ci chiede chi agisce, perché lo fa, quali conseguenze produce e chi ne pagherà il prezzo. Forse è questo il valore più vivo dei Promessi sposi nelle nostre scuole: non imparare soltanto il nome di una rivolta o la successione degli eventi, ma riconoscere il confine tra il diritto di protestare e la pretesa di poter sopraffare gli altri. La Milano del pane e la Milano delle biciclette non possono essere messe sullo stesso piano. La prima racconta una popolazione colpita dalla carestia; la seconda ci pone davanti a un episodio di saccheggio nella società dei consumi. Proprio questa differenza rende il confronto più forte: ci obbliga a distinguere il bisogno dal desiderio, la denuncia dall’opportunismo, la responsabilità individuale dall’alibi della massa. Manzoni non ci consegna una fotografia del nostro presente, ma una domanda che il tempo non ha consumato. Quando la voce di molti diventa un grido, siamo ancora capaci di ascoltare la nostra coscienza? Milano, quattro secoli dopo, continua a chiedercelo.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
