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Non la guerra l’ultimo giorno di scuola

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

L’ultimo giorno di scuola dovrebbe essere il tempo della liberazione. I registri si chiudono, le verifiche finiscono, le ansie si allentano. Per generazioni di studenti ha rappresentato il passaggio simbolico verso l’estate, una sorta di rito collettivo di passaggio dalla disciplina alla libertà. Eppure, sempre più spesso, la cronaca racconta un finale diverso. Davanti ai cancelli degli istituti scolastici si consumano episodi di violenza, risse organizzate attraverso i social network, regolamenti di conti, aggressioni filmate e diffuse online come trofei. Molti continuano a definire questi episodi goliardate, eccessi di entusiasmo giovanile, manifestazioni di energia adolescenziale. Ma dietro questa definizione rassicurante si nasconde una realtà più complessa. La rissa dell’ultimo giorno di scuola non è quasi mai un semplice gioco. È piuttosto una rappresentazione simbolica di conflitti profondi che gli adolescenti vivono dentro di sé e che trovano nell’aggressività una forma immediata di espressione. In quelle scene si può intravedere qualcosa che assomiglia a una guerra in miniatura. Non una guerra reale, con le sue tragedie indicibili, ma una sua imitazione simbolica. Ci sono schieramenti, alleanze, nemici, strategie, umiliazioni pubbliche, ricerca di prestigio e di consenso. Ci sono persino gli spettatori e i cronisti, rappresentati dagli smartphone che registrano ogni gesto e trasformano l’evento in spettacolo. L’adolescenza è sempre stata una stagione di conflitto. Nessun essere umano attraversa questa fase della vita senza mettere in discussione le autorità che hanno guidato la sua infanzia. La famiglia e la scuola rappresentano i primi grandi sistemi normativi con cui il ragazzo entra in relazione. Sono le istituzioni che insegnano i limiti, impongono regole, definiscono aspettative. Crescere significa anche contestarle. Lo psicologo Erik Erikson descriveva l’adolescenza come il momento della costruzione dell’identità. Il giovane deve rispondere alla domanda fondamentale: chi sono? Per farlo, spesso ha bisogno di prendere le distanze da ciò che fino a quel momento lo ha definito. La ribellione, in questa prospettiva, non è una patologia ma una necessità evolutiva. Il problema nasce quando questa ribellione non trova strumenti culturali e simbolici adeguati per esprimersi. Quando mancano le parole, arrivano i gesti. Quando manca il confronto, emerge lo scontro. Quando la complessità delle emozioni non viene riconosciuta, il corpo diventa il luogo in cui esse si manifestano. Sigmund Freud osservava che l’essere umano porta dentro di sé una componente aggressiva che la civiltà tenta continuamente di controllare e trasformare. Nel celebre saggio Il disagio della civiltà sosteneva che ogni società esiste proprio perché riesce a contenere le pulsioni distruttive degli individui. Educare significa anche insegnare a convertire l’aggressività in linguaggio, creatività, competizione regolata e produzione culturale. Quando questa trasformazione fallisce, la pulsione può riaffiorare nella sua forma più elementare: la violenza fisica. La scuola rappresenta uno dei luoghi privilegiati di questa trasformazione. Non è soltanto un ambiente in cui si apprendono nozioni. È uno spazio simbolico in cui l’essere umano impara a sostituire la forza con il pensiero. Ogni pagina letta, ogni discussione affrontata, ogni argomentazione costruita rappresenta una vittoria della parola sulla violenza. Per questo motivo la rissa davanti a scuola assume un significato particolare. Non avviene in un luogo qualsiasi. Avviene proprio davanti all’istituzione che dovrebbe insegnare a elaborare i conflitti attraverso la cultura. La violenza diventa contenuto, spettacolo e ricerca di riconoscimento. La nostra epoca è immersa in una continua narrazione del conflitto. Le guerre entrano quotidianamente nelle case attraverso televisioni, smartphone e social media. Le discussioni pubbliche assumono spesso toni aggressivi. Gli adolescenti crescono osservando questo spettacolo permanente. La cultura contemporanea sembra offrire meno modelli di costruzione e più modelli di scontro. In questo scenario la rissa può essere interpretata come una forma di imitazione della guerra. Una guerra ridotta in scala, privata delle sue conseguenze più tragiche ma mantenuta nella sua struttura simbolica fondamentale. Ci sono due schieramenti, un nemico, una battaglia, un pubblico, una vittoria e una sconfitta. L’adolescente mette in scena, inconsapevolmente, una rappresentazione di ciò che la società gli mostra continuamente. Eppure la storia della cultura umana è nata proprio per contrastare questa logica. Quando il poeta invoca la Musa e dice Cantami, compie un gesto rivoluzionario: trasforma la violenza in racconto, l’azione in riflessione e il sangue in memoria. La cultura nasce precisamente da questa operazione. Ogni libro, ogni opera d’arte, ogni lezione e ogni dialogo rappresentano un tentativo di dare forma simbolica alle pulsioni che attraversano l’essere umano. Quando l’ultimo giorno di scuola si trasforma in una rissa, non stiamo osservando una festa degenerata. Stiamo assistendo al momento in cui la parola cede il posto alla forza. Forse il compito più urgente della scuola contemporanea non è soltanto trasmettere conoscenze. È insegnare ai giovani che esistono modi più alti, più difficili e più umani di combattere le proprie battaglie. Perché la vera vittoria non consiste nel mettere a terra un avversario. Consiste nel riuscire a comprendere se stessi. E forse la più autentica invocazione alla Musa, oggi, sarebbe proprio questa: raccontaci una storia capace di affascinare i giovani più della violenza.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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