Per quanto tempo si deve gridare giustizia?

di Tiziana Mazzaglia @TMazzaglia

L’omicidio di Salvatore Cottonaro e la lunga attesa di giustizia da parte delle figlie. Intervista ad Elena Cottonaro, primogenita.

Catania-udienza-rinviata-4-volte-Parenti-vittima-scrivono-a-Pg-8c940f33aec16d5929c1bb1816351f3cNel centro storico di Rosolini, un paese della Sicilia, un uomo è stato ucciso con cinque colpi di pistola, ben dieci anni fa! Ad oggi, le sue figlie attendono ancora che sia fatta giustizia.

Salvatore Cottonaro è stato ucciso il 25 gennaio 2006 da Carmelo Basile, suo cognato. A distanza di giorni, la Procura della Repubblica, di Siracusa, ha ritenuto che il fatto non abbia configurato omicidio volontario, ma solo eccesso colposo di legittima difesa e ha rinviato a giudizio al Tribunale di Avola (sezione distaccata del tribunale di Siracusa). Il 16 gennaio 2011 il giudice di Avola ha assolto Basile in quanto “il fatto non costituisce reato”. Nei giorni seguenti le sorelle Cottonaro si sono rivolte all’avv. Giuseppe Lipera che ha presentato esposto al Procuratore della Repubblica di Siracusa e al Procuratore generale presso la Corte d’appello di Catania. Il sostituto procuratore generale Dott. Domenico Platania ha proposto appello eccependo la sentenza come nulla. Il 5 aprile 2013, il P.G. è intervenuto in udienza e la Corte d’appello di Catania ha annullato la sentenza dei giudici di Avola inquadrando il caso come omicidio volontario e quindi, di competenza della Corte d’assise di Siracusa. Il 2 luglio 2014 davanti al GUP di Siracusa l’imputato di omicidio volontario, Carmelo Basile, ha presentato richiesta di giudizio abbreviato. Secondo questa prassi, che si è svolta nell’arco temporale di dieci anni, si è giunti ai nostri giorni e le figlie di Cottonaro gridano ancora la loro necessità di riscontrare giustizia. Il ricordo delle figlie, Elena e Giulia Cottonaro è fermo a quei giorni del gennaio 2006, quando avevano rispettivamente venti e quattordici anni. Ed è Elena, la primogenita a raccontare:

«Tutto ha avuto inizio con una riunione di famiglia, perché a causa della morte di mia nonna, i figli si dovevano spartire l’eredità, che non era poi così consistente, credo solo una casa. In quell’occasione mio padre non era neanche presente, ma ha poi saputo come si è svolto l’incontro voluto dal cognato, Carmelo Basile in casa sua e in particolare, che mia madre era stata offesa da Basile. Giorni dopo, nella piazza del paese, mio padre ha incontrato Basile con cui si è scontrato nell’intento d’invitarlo a rispettare la propria moglie (già scossa per il lutto della propria madre), citando l’episodio della riunione di famiglia. Mio padre in quell’occasione ha dato uno schiaffo in pubblico a Basile, per difendere la propria moglie. Un atto che poteva risolversi attraverso il dialogo, invece, ha nutrito una vendetta attuata pochi giorni dopo, precisamente, il 25 gennaio del 2006, alle ore 09:00 di mattina, in pieno centro storico, mio padre è stato ucciso con cinque colpi di pistola.»

Lo schiaffo, in questo caso è stato un atto istintivo e del tutto naturale, infatti, a riguardo basta citare il Santo padre Francesco, che in uno dei suoi interventi ha sottolineato l’esistenza della libertà d’espressione, ma la necessità umana di reagire: “se uno offende mia madre gli do un pugno ed è normale!

Elena Cottonaro precisa altri particolari:

«La tragedia si è svolta nello stretto arco temporale di sei giorni: venerdì 20 gennaio 2006, Basile e mio padre si sono incontrati nella piazza del paese, si sono parlati e mio padre ha preso le difese della propria moglie, reagendo anche attraverso uno schiaffo dato a Basile. La domenica successiva, 22 gennaio 2006, sempre nella stessa piazza, mio padre, passeggiando ha incontrato due carabinieri cui ha chiesto, se per caso Basile avesse sporto denuncia verso di lui, in riferimento allo scontro di venerdì, ma non vi era stata nessuna denuncia e i carabinieri hanno poi testimoniato questo avvenimento; il mercoledì successivo, 25 gennaio 2006, intorno alle ore 9 del mattino, vi è stato l’incontro decisivo tra Basile e mio padre. Situazione in cui Basile, cacciatore con porto d’armi, ha colpito, per ben cinque volte, mio padre uccidendolo. Mio padre aveva già da tempo i legamenti crociati rotti e non era agile nei movimenti, non sarebbe mai potuto scappare e neanche scendere dall’auto e dirigersi violentemente verso Basile, che si è difeso dicendo di aver sparato per legittima difesa.»

Un dramma che ha come protagonista una vita spezzata, una presenza venuta a mancare per mano di altro uomo, parente della vittima stessa, che ha ucciso sì un uomo, ma ha amputato tutta la sua famiglia di una membro fondamentale. Come sosteneva Verga, una famiglia è simile ad una mano in cui c’è una gerarchia dal più grande al più piccolo e tutti insieme formano un arto capace di operare in tante necessità. Oggi, oltre al dolore naturale delle figlie, rimane l’esigenza di gridare giustizia, qui e ora, su questa terra: per assaporare, per lo meno, una lieve serenità nel sapere che quanto è stato fatto al loro padre è contro una legge divina e terrena. La pena scontata da Basile è stata di una sola settimana in carcere, quando se fosse stato citato da Dante, nell’Inferno della Divina Commedia, Caina sarebbe stata la sua meta eterna. La giustizia italiana, prevede tempistiche e giudizi che spesso lasciano molto amaro in bocca, infatti Elena Cottonaro aggiunge:

«Prima della morte di mio padre studiavo Giurisprudenza e credevo fermamente nella giustizia, ma adesso dopo dieci anni d’attesa in cui vivo l’assenza di mio padre e la presenza in città e in piazza di mio zio, assassino di mio padre, che vive libero dopo aver ucciso un uomo, questo mi lascia delusa dalla giustizia italiana. Tutti, in paese hanno conosciuto mio padre come un assiduo lavoratore, attento alle esigenze della propria famiglia e sempre gentile e disponibile con tutto, sereno e pacifico. Lo schiaffo che ha dato a Basile è stato solo una reazione di protezione verso mia madre ed è eccessivo che questo venga punito con la morte, come è contrariamente eccessivo non condannare Basile per aver ucciso un uomo. I sani principi di rispetto, di morale, di pacifica convivenza e ancor di più di giustizia vengono a mancare e vanno ad accrescere un dolore insanabile, che non solo accompagna la vita mia e di mia sorella, ma sarà tramandata ai nostri figli, che sapranno come è morto il loro nonno e saranno anche loro influenzati dalla decisione della giustizia. Non si tratta di rivendicazione, ma di una risposta ad un grido d’aiuto, che è poi, un insegnamento morale di vita, perché non si può uccidere un altro uomo senza scontare nessuna pena.»

Lo stesso avvocato Lipera, che assiste le figlie di Salvatore Cottonaro, aveva detto, in altra occasione:

«La malattia che invece esiste sicuramente in Italia e che si va diffondendo sempre più è la ‘Gas’, acronimo di Sindrome di Alienazione Giudiziaria … la sfiducia dei cittadini nei confronti del sistema giudiziario italiano è al culmine … (G. L., 19/ X/ 2012).»

Ed è questa sfiducia che non permette di rielaborare il lutto della famiglia Cottonaro. Le due ragazze appaiono, da un lato, simili all’Antigone di Edipo, intenta a cercare giustizia per la sepoltura di un familiare, per evitare che la sciagura possa colpire tutta la discendenza, e dall’altro, simili alla vedova citata nel Vangelo di Luca (18, 1-8), in cui questa donna viene ascoltata da un giudice solo per aver urlato con insistenza. Basterà l’urlo di ben dieci anni per rendere giustizia alle sorelle Cottonaro? Il loro destino e quello della loro discendenza è affidato alla giustizia italiana, ma non solo, anche l’opinione pubblica attende un segnale di insegnamento a rispettare determinate regole di civile e pacifica convivenza.

AGGIORNAMENTO AL 18/01/2016:  http://www.newsicilia.it/cronaca/rosolini-omicidio-cottonaro-cognato-condannato-6-anni-carcere/128102

 

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