L’arte del giudicare con coscienza

di Tiziana Mazzaglia @TMazzaglia

L’avvocato Giuseppe Foti ospite alla trasmissione “Piazza Verga” condotta dall’avvocato Giuseppe Lipera: l’esperienza di un giudice. 

 

Avvocato Giuseppe Foti.

Avvocato Giuseppe Foti.

Giuseppe Foti è stato magistrato per quasi quarant’anni, poi, anche pubblico ministero e giudicante nelle preture, giudice in corte d’appello.

Avvocato Giuseppe Foti e avvocato Giuseppe Lipera.

Avvocato Giuseppe Foti e avvocato Giuseppe Lipera.

Esordisce alla 26ª trasmissione “Piazza Verga” dichiarando il suo amore per la professione legale: «Essere magistrato è una cosa bellissima, perché ti permette di valutare, giorno dopo giorno, e di scontrarti con la tua coscienza, quando devi stabilire se un uomo è innocente o colpevole. Talvolta quest’esperienza può essere lacerante, perché si avverte l’esito del processo e non si può intervenire per capovolgere la situazione. (…) Chi è giudice è giudice non può essere parte non si deve schierare». Una testimonianza di grande umanità e sensibilità che rievoca alcuni versi della Divina Commedia. Dante, infatti, nell’Inferno, al canto XXXIII, racconta che il giorno 9 aprile 1300 alle ore 18,19 circa, ha incontrato l’anima del conte Ugolino e ha avuto modo di scontrarsi con un caso di tragedia umana, tra le più turpi, perché si tratta di un uomo che ha ucciso e mangiato i propri figli. Quello che ha raccontato l’avvocato Foti come esempio di esperienza significativa, ricalca la stessa scena dantesca, anche se, non ci sono episodi di cannibalismo: «ricordo il caso di un uomo che aveva ucciso il proprio figlio, con tre colpi di pistola e mentre questo giaceva a terra inerme ha sparato ancora tutti i colpi che erano rimasti nella pistola. Ero dovuto intervenire sul luogo del delitto e tutti dicevano che spetterà poi a Dio punirlo, ma intanto bisogna giudicarlo prima su questa terra, dicevo io. La mia impressione fin da subito è stata quella di un omicidio colposo di legittima difesa, perché se un uomo dopo aver sparato tre colpi continua ancora a spararne altri si era innescato in lui un processo di reazione ad una provocazione e infatti, il ragazzo reagiva spesso in maniera anomalo». Ritornando a Dante e al conte Ugolino, anche questo aveva commesso un omicidio colposo di legittima difesa, non nei confronti dei figli, ma nei confronti di chi gli aveva teso il tranello. Ugolino, infatti, dopo aver vissuto esperienze tragiche di profonda sofferenza, a causa di tranelli attuati dall’arcivescovo Ruggeri, sfocia in una reazione brutale e animalesca. Condannato ad essere rinchiuso nella Torre della Medusa con i suoi discendenti maschi, in modo tale da non avere discendenza si innesca in lui un meccanismo di morte. Un’esperienza in cui il male subito viene interiorizzata dalla vittima che per reazione si identifica con il male che ha dentro e agisce in sfoghi eccessivi di ferocità. Come del resto nell’opera teatrale l’opera di Jerzy Grotowskij, “Il principe costante”, che trae spunto da un’opera del teatro Spagnolo del Cinquecento, Pedro Calderòn de la Barca. In cui il protagonista è un uomo martoriato e rifiutato dalla società, che interiorizza il male. Alcuni critici paragonano Ugolino alla figura di Cristo durante la settimana Santa, quando Gesù grida “Padre perché mi hai abbandonato?”. Questo grido viene espresso nel canto XXXIII al verso 69 ed è uno dei figli che grida questa frase ad Ugolino appena prima di morire ai suoi piedi. Una vicenda che sembra non appartenere alla nostra realtà, invece chi ha a che fare con la legge come l’avvocato Foti, ben sa che si tratta di casi reali e diffusi e che vanno affrontati con consapevolezza e umanità, soprattutto nel somministrare la pena.

 

 

Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, vv. 1 a 39, canto XXXIII. Parafrasi:

1,2,3: Sollevò la testa soddisfatto di quel pasto bestiale (feroce) e si pulì le labbra sui del cranio del nemico che aveva staccato.

4,5,6: Poi disse ancora: “Vuoi tu che io ti (rivolto a Ugolino) procuri dell’altro dolore? Implacabile, come quello che hai creato tu a me?”

7,8,9: Ma, se le mie parole saranno causa (seme) di infamia al mio traditore, allora, io parlerò piangendo di commozione.

10, 11, 12: Io non so come tu (oh Dante) da vivo sia riuscito a venire a venire fin qui nell’ Inferno, ma ora che ci sei ti prego di ascoltare, oh fiorentino, quanto ti sto per dire (raccontare).

13,14,15: Tu, sicuramente, saprai che io sono stato il famoso conte, appartenente ad una nobile famiglia e saprai anche che questa testa che ho in mano appartiene al famoso arcivescovo Ruggeri, perché mi ero fidato di lui non sapendo che mi stava trascinando alla morte con il suo tradimento.

19,20,21: Tu (oh Dante) non potrai mai comprendere come io abbia sofferto, condannato ad una morte così tragica, che ancora mi “offende”. (Questo termine viene usato anche nel canto V da Francesca da Rimini, mentre racconta il modo atroce in cui è morta con il suo amante: “l’modo ancor m’offende”).

22, 23,24: C’era una piccola fessura nella Torre della Medusa, quella che ora è chiamata, a causa mia “Torre della fame”. Ora, se mi lascerai raccontare potrai sapere come mi ha offeso.

25,26,27: In questa torre saranno imprigionati molti altri uomini e dalla fessura guarderanno parecchie lune (cioè, vedranno trascorrere parecchi giorni). Ora ti racconterò come il mio tradimento mi fu svelato in sogno, insieme al mio crudele destino.

28,29,30: Nel sogno mi apparve l’arcivescovo Ruggeri in tenuta da caccia, ed era guida e signore, nei pressi del Monte Giuliano, quello che da Pisa non permette di vedere Lucca.

31,32,33: Questo, che si era schierato davanti a me, era in compagnia dei suoi amici, i nobili delle famiglie: Gualandi, Sismandi, Lanfranchi.

34,35,36: Dopo un breve inseguimento hanno afferrato un padre e i suoi cuccioli, che sono stati lacerati ai fianchi dalle zanne aguzze dei loro cani.

37,38,39: Non era ancora mattino quando fui svegliato dai pianti dei miei figli che gridavano implorando un po’ di pane.

 

 

 

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