L’ identità e le etichette sociali: un percorso narrativo-teatrale

L’ identità e le etichette sociali: un percorso narrativo-teatrale

di Tiziana Mazzaglia @TMazzaglia

 

Come viene vissuta l’identità? quale influenza hanno i giudizi altrui? Le risposte di Ibsen e Pirandello.

images (1)Uno dei romanzi, che racchiude un dramma femminile, attuale in ogni epoca è “Casa di bambola” di Henrik Ibsen, scritto nel 1878. Questo testo è stato prodotto per essere rappresentato in teatro, ha quindi una struttura dialogica. La trama si svolge nella casa della protagonista. Ruolo centrale ha l’ambientazione nel salotto di casa, luogo tipico del teatro di inizio Novecento, in cui viene attuata la concezione di quarta parete, cioè, del concetto di palco chiuso e diviso dal pubblico attraverso un muro invisibile, ma percettibile, che racchiude la scena, come fosse una scatola protetta e intima, in quanto non vi sono più azioni di metateatro, attraverso cui i personaggi potevano rivolgersi liberamente al pubblico, attraverso lo scambio di qualche battuta. Ancora, il salotto viene enfatizzato in quanto luogo aperto alle relazioni, all’accoglienza degli ospiti. Inteso, come, la stanza più lussuosa della casa, destinata ad essere una presentazione, un’etichetta, della famiglia. Tra i personaggi di questo romanzo incontriamo Nora, la protagonista, la donna di cui parla il titolo definendola bambola. Attraverso questo temine “bambola” intuiamo molti aspetti. La bambola indica una personalità fragile, facilmente trascinabile, infantile, immatura, sottomessa ad altri, una sorta di personaggio bello da vedere, ma con una personalità nulla, infatti, vive di scelte altrui. Ed è qui che punta il dramma. La figura femminile è stata sempre oggetto di discussioni, nel corso della storia vi sono molte evoluzioni, etichette, divieti, diritti…Si pensi all’epoca Augustea, quando si inizia a parlare di emancipazione femminile e gli uomini iniziano a non vederlo di buon occhio. Anche se, in molte culture del passato, come per gli Egizi la donna aveva autorità e diritti, tra cui quello di poter imparare a leggere e scrivere e di poter praticare lavori, in altre epoche e in altri popoli la donna risulta sottomessa all’uomo. Ma, chi è Nora? attraverso un’analisi testuale, cioè, della terminologia utilizzata dall’autore, nei confronti di Nora, possiamo notare alcuni termini significativi, come: “piccola allodola canterina”,  “piccola golosa”, “ghiottoncella”, “povera piccola”, “sciocca”, “bambina”, “ pazzerella”, “il mio uccellino”, “mia cara piccola passeretta”. Ancora, si ha una terminologia utilizzata da Nora stessa per definirsi: “oggi non voglio essere egoista”, “ma Nora non è così sciocca come voi credete”, “nessuno mi crede capace di agire seriamente”, “Trovald non sarà più innamorato di me, quando non godrà più nel vedermi danzare, travestirmi, recitare per lui”, “mi pareva quasi di essere un uomo”, “sono una donna”, “farò tutto quel che ti piace, Trovald… danzerò per te, canterò”. Vi sono anche atteggiamenti tipicamente infantili, descritti nel corso del romanzo, non certo consoni ad una donna madre di famiglia. La vediamo descritta mentre salta e batte le mani, appoggia le braccia sulle ginocchia, mangia spesso dolci e, addirittura, li nasconde nelle tasche dei sui abiti. Tutti atteggiamenti infantili, di una donna chiusa in un’etichetta a cui lei stessa nega di uscirne per crescere e vivere la sua vita, per timore di non piacere più. Costretta ad interpretare un ruolo in cambio di affetto. Come direbbe Pirandello, costretta ad assumere una maschera, per compiacere chi ha intorno e non sconvolgerli dimostrando di non essere come loro pensano. Uno stile di vita del tutto contro natura, che non può durare molto, infatti, Nora ad un certo punto, scossa da una crisi economica del marito, comprende di dover cambiare gioco, la sua presa di coscienza la spinge a sacrificare il ruolo intrapreso, per anni e la conduce ad afferrare le redini di quel burattino che era. In un certo senso, Nora deve ringraziare la crisi economica, quasi una sorta di quella che Manzoni chiama “provvida sventura”, una situazione negativa voluta e permessa da Dio per far sì che se superata degnamente poi possa essere premiata con un lieto fine. Ritornando a Pirandello e al discorso delle maschere, nell’opera “Uno nessuno e centomila” incontriamo un altro personaggio, questa volta maschile, costretto a vivere un’etichetta affidatagli dalla società. Il titolo, emblematico, rivela tutto il dramma di questo personaggio, che è uno, cioè una persona fisica, ma non è nessuno, in quanto non si riesce nelle etichette ricevute. Un personaggio che non riesce ad esprimere se stesso, ma solo un ruolo, per il piacere altrui. E così, si sente diviso in addirittura centomila! Perché le centomila persone della società che lo circondano possono avere ognuno un punto di vista soggettivo e mai oggettivo, così ognuno di loro vede quel che vuol vedere e non la realtà e il personaggio fragile diventa succube di queste centomila etichette e vive succube recitando davanti ad ognuno di loro la parte assegnatagli. “Uno nessuno e centomila” oltre ad essere un testo scritto, per essere rappresentato a teatro, è anche un esempio di narrativa volta ad analizzare la crisi esistenziale dell’uomo, Pirandello lo scrive in un determinato momento storico in cui si inizia a diffondere l’ introspezione e l’analisi psicologica dell’esistenza umana. Il protagonista, ad un certo punto, riflette sulla propria identità e si sofferma davanti ad uno specchio. Si ha una scena in cui la moglie gli chiede, perché ha lo sguardo immerso in quell’oggetto. Lui risponde di guardare il proprio naso. Guada e riflette, in un discorso interiore, dice a sé stesso di avere un naso che è uno solo, che però vede a modo suo, secondo un suo punto di vista soggettivo, ma le persone intorno a lui lo vedono, ognuno, con il proprio punto di vista soggettivo, quindi, lui ha tanti nasi determinati dai punti di vista altrui. Questa multisfaccettatura  rende il suo naso “nessuno”, gli toglie, cioè, la sua identità, la sua oggettività, perché  il naso altro non è che una metafora dell’animo umano. Lui è uno, ma è nessuno in quanto ha centomila giudizi ed etichette. Il naso diviene simbolo di una personalità frantumata dai giudizi altrui e dai ruoli imposti. Il racconto si struttura attraverso azioni che riprendono i sensi, tatto, vista, udito: “guardo il naso”, “premendo sento un dolorino”. Si sofferma ad analizzare anche sopracciglia, mani, gambe, in una presa di contato con quel sé stesso distrutto dagli altrui giudizi. Poi, il punto culminante, la riflessione. L’uomo si guarda prendendo contatto con la sua immagine, attraverso il dolore fisico avverte che si appartiene. Tutto il dialogo trasmette una relazione tra sé (aspetto interiore, animo) che gli altri non vedono e il suo corpo fisico, ciò quindi che gli altri vedono. Viene accentuata l’importanza dei sensi, perché sono i canali attraverso cui passa il giudizio degli altri; l’udito permette di sentire i giudizi verbali, ad es. la moglie dice del naso “ti pende”. Lo sguardo dell’amico comunica osservazione e giudizio. Tutti elementi che conducono la sofferenza a raggiungere l’apice nella consapevolezza del problema. Il personaggio riflette sulla propria identità e come suggeriscono le domande poste dalla filosofia (Chi sono? Da dove vengo? Dove vado?) si sofferma a chiedersi “chi sono?” e si accorge di essere vincolato da ciò che gli altri vedono. Ancora, “dove vado?” e riflette con una frase significativa: “Dovevo aspettare di prendere moglie per rendermi conto che li avevo difettosi”. Tutta questa analisi avviene attraverso una specchio, in quanto è un oggetto capace di proiettarci l’immagine del nostro aspetto fisico,  in cui il concreto diviene visione e l’astratto rimane all’oscuro. Altre frasi significative pronunciate dal personaggio durante la sua introspezione sono: “(…) avrei potuto consolarmi con la riflessione che era un naso comune (…) mi si fissò il pensiero che non ero per gli altri quel che finora dentro di me m’ero figurato d’essere”; “ (…) gli altri non sono mica dentro di me, per gli altri che guardano fuori, le mie idee i miei sentimenti, hanno un naso, il mio naso, e hanno un paio d’occhi, i miei occhi, io non vedo ch’io essi vedano, che relazione c’è tra me e il mio naso? (…) per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione?”. Il messaggio delle opere precedentemente analizzate rivela come, gli individui fragili e facilmente influenzabili si limitino spesso a compiacere gli altri sacrificando la loro reale identità, interpretando una parte senza vivere sé stessi. Vivono indossando i panni che chi gli sta intorno ha scelto per loro. Questo è il caso di Nora, citata prima, ma anche di altri personaggi della letteratura italiana, in particolare Pirandello, offre alla letteratura altri esempi, come  nel racconto “Marsina stretta”, in cui ci viene presentato un professore intento a prepararsi per partecipare al matrimonio di una sua ex allieva. Indossa gli abiti eleganti, che dopo anni gli vanno stretti, così, come gli vanno stretti tutti gli usi i costumi e le conformità, con cui è costretto a convivere. Mentre corre, perché in ritardo, i suoi vestiti si strappano, lui rotola per terra e in un momento di ira contribuisce, con le sue stesse mani, ad ultimare gli strappi, in una sorta di liberazione. Il tutto si risolve in una scena comica, che in realtà nasconde il dramma di un uomo “stretto” dalle formalità, rappresentate, qui, dalla metafora della “marsina stretta”. Questo testo è stato rappresentato, anche, cinematograficamente. Oppure ancora, attraverso il testo “La carriola” in cui il protagonista, un avvocato, abituato a vivere secondo regole e canoni ben precisi, ad un certo punto avverte di voler liberare se stesso, così un giorno arrivato a casa, da lavoro, si sofferma a guardare l’etichetta affissa alla sua porta di ingresso e riflette sulla propria identità. Una volta varcata la soglia di casa, si imbatte nell’incontro con il suo cagnolino, lo porta con sé nel suo studio, chiude la porta a chiave e si regala un momento di sfogo giocando, con esso, come se fosse una carriola da trascinare. Questo gesto buffo ed infantile gli consente di ripristinare il contatto con la sua umanità. O, ancora, il testo, sempre di Pirandello, “Lo iettatore”, in cui il protagonista si crea una sorta di situazione per riuscire ad avere la patente di iettatore, etichetta addossatagli di cui ormai ne è fiero. Il problema dell’ identità è un dramma trattato anche teatralmente dal maestro J. Grotowskj  con  l’ opera intitolata  “Il principe costante”, il cui protagonista vive un ruolo marginale nella società, disprezzato da tutti, ritenuto il “folle del villaggio”. Questo personaggio interiorizza la sua etichetta, divenuta il suo dramma. Si assegna un posto nella società alleandosi con lei e divenendo persecutore di sé stesso. Certo, questa conclusione è molto più ardua e infelice di quella scelta da Ibsen e da Pirandello, in cui almeno i personaggi si rendono conto del valore della propria vita e reagiscono iniziando a viverla solo in base a ciò che sono interiormente. I testi citati mostrano come sia importante, per la vita umana, conoscere la letteratura, il cinema e il teatro, perché attraverso di loro si hanno maestri di vita, attraverso riflessioni di personaggi, molto spesso, riusciamo a leggere qualcosa che anche noi viviamo e attraverso l’esempio riflettiamo rendendoci conto dell’unicità e dell’importanza della nostra vita.

 Fonte: Tiziana Mazzaglia, L’identità e le etichette sociali: un percorso narrativo- teatrale, in «SocialNews», 05/12/2013 http://www.socialnews.it/angolo-della-scuola/9869

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