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Viviamo la stagione degli addii

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Stiamo assistendo a una lunga, lenta processione di addii. Non sono soltanto nomi famosi che se ne vanno: sono pezzi di noi, frammenti di un tempo in cui la televisione, la musica, il cinema non erano solo intrattenimento, ma un linguaggio comune, un luogo di incontro, una casa condivisa. Ogni lutto, ogni scomparsa, è come una linea di taglio che incide il tessuto della nostra memoria collettiva. Per decenni abbiamo vissuto circondati da volti che sembravano immortali: cantanti che hanno fatto da colonna sonora alle nostre prime volte, attori che hanno prestato il volto ai sogni, conduttori che entravano nelle nostre case con la naturalezza di un parente. Li abbiamo visti in bianco e nero, poi a colori, poi in alta definizione. Li abbiamo visti invecchiare senza accorgerci che, con loro, stava invecchiando anche un certo modo di stare al mondo. Adesso, però, i loro nomi compaiono sempre più spesso in sovrimpressione: non più nella grafica di un programma, ma in un sottopancia di telegiornale che annuncia la loro scomparsa. È un susseguirsi di necrologi che non lascia il tempo di elaborare il lutto, perché a ogni addio ne segue un altro, e un altro ancora. È come se la nostra memoria mediatica fosse entrata in una stagione d’autunno, in cui le foglie cadono una dopo l’altra, senza sosta. Questi lutti segnano un confine netto: una cultura che non ritornerà più. Non perché le opere spariranno: resteranno canzoni, film, spezzoni d’archivio, interviste, ma perché verrà meno il filo vivo che le collegava al presente. Finché un artista è in vita, abbiamo sempre la sensazione che possa ancora sorprenderci con qualcosa di nuovo: un concerto, un libro di memorie, un’apparizione inaspettata. Quando se ne va, la sua voce entra nel regno del “definitivo”: ciò che ha dato è tutto quello che avremo. In parallelo, stiamo vivendo un altro tipo di cambiamento: quello del clima, della Terra stessa che abitiamo. Le stagioni non sono più le stesse, gli equilibri naturali si spezzano, i riferimenti si spostano. È come se il pianeta, insieme a noi, stesse entrando in un nuovo ciclo di vita. Da una parte il mondo naturale che cambia volto, dall’altra il mondo culturale che cambia voce. E noi, nel mezzo, sospesi tra ciò che stiamo perdendo e ciò che non sappiamo ancora come sarà. Non si tratta solo di malinconia o nostalgia generica. È la percezione concreta di essere a un giro di boa storico. Chi è cresciuto con determinate icone sente che il loro addio coincide con la fine di un linguaggio: certe sfumature di ironia, certe forme di eleganza, un certo modo di raccontare l’amore, il dolore, la società. Ogni epoca ha le sue parole, i suoi tempi, i suoi silenzi. Quelli di ieri stanno lentamente abbassando il sipario. Nel frattempo, emergono nuovi volti, nuove piattaforme, nuovi idoli. La comunicazione si frammenta, i consumi culturali diventano sempre più veloci, mordi e fuggi. Le grandi figure che univano milioni di persone davanti allo stesso schermo, alla stessa ora, vengono sostituite da una costellazione di micro-celebrità, ognuna con il suo pubblico, il suo algoritmo, la sua bolla. Non è necessariamente peggio, ma è diverso: è il segno di un tempo che non vuole più icone condivise, ma esperienze personalizzate, su misura. Eppure, mentre il presente corre e il futuro preme, sentiamo il bisogno di fermarci un momento davanti a questi addii. Di guardarli negli occhi. Perché ogni personaggio che se ne va porta via con sé non solo la propria storia, ma anche le nostre: le sere passate sul divano con la famiglia, i pomeriggi con la radio accesa, le risate in bianco e nero, le lacrime versate di nascosto per una scena, una frase, una canzone che ci toccava in profondità. Forse questo nuovo ciclo di vita che stiamo iniziando ci chiede proprio questo: imparare a salutare. Salutare un’idea di televisione che era appuntamento e non consumo casuale. Salutare una musica che si ascoltava dall’inizio alla fine, senza il tasto “skip”. Salutare un cinema che sapeva aspettare il nostro tempo, invece di rincorrere la nostra soglia di attenzione. Non è un addio secco, violento. È un capitolo che si chiude poco per volta. Ogni annuncio di morte è come un segno a matita sul margine della pagina: “qui si chiude un paragrafo”. Sta a noi decidere se voltare pagina distrattamente, o se prenderci il tempo per rileggerla, per fissarla bene nella memoria, prima di andare oltre. Accettare questo passaggio significa anche riconoscere che noi stessi stiamo cambiando. Che non siamo più i bambini che guardavano la tv fino a tardi di nascosto, o i ragazzi che incidevano il nome di una canzone sul diario. Siamo gli adulti che accompagnano i propri figli in un mondo in cui i riferimenti sono altri, gli schermi sono altri, i miti sono altri. E allora il compito diventa duplice: custodire ciò che è stato, senza trasformarlo in un santuario imbalsamato, e allo stesso tempo avere il coraggio di ascoltare ciò che arriva, senza liquidarlo come “inferiore”. Ogni nuovo addio, per quanto faccia male, contiene un invito silenzioso: quello di fare memoria attiva. Raccontare chi erano queste persone, cosa hanno significato, riascoltare le loro parole, rivedere le loro scene, spiegare ai più giovani perché, un giorno, tutto un Paese si è fermato a piangere la loro scomparsa. Non per nostalgia sterile, ma per costruire un ponte tra tempi diversi. Sì, stiamo perdendo tanti grandi della televisione, della musica, del cinema. Ma forse il modo più onesto per salutarli non è ripetere “non ce ne saranno più come loro”, come se la storia fosse finita. Forse è riconoscere che loro hanno chiuso un ciclo in maniera compiuta, piena, “significativa”, come hai scritto tu. E che il nostro compito ora è quello di attraversare questo nuovo ciclo di vita con la stessa serietà, con la stessa dedizione, con la stessa voglia di lasciare qualcosa che valga la pena di essere ricordato. Ogni addio, alla fine, è anche un appello: non sprecare il tempo che ti è dato, non consumare la cultura come un oggetto usa e getta, non lasciare che il rumore copra le voci che contano. Perché un giorno, senza accorgercene, potremmo essere noi il capitolo che si chiude. E allora la domanda sarà: cosa rimarrà scritto tra quelle righe?

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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