di Tiziana Mazzaglia
Donald Trump ha davvero annunciato di voler avviare la pubblicazione dei file governativi su UFO e UAP, cioè i cosiddetti fenomeni anomali non identificati, riaccendendo una delle questioni più affascinanti e controverse del nostro tempo, e questa volta la notizia è stata rilanciata da fonti giornalistiche solide come Associated Press e Reuters, che hanno confermato come il presidente abbia parlato di documenti “interessanti” in arrivo e di un processo di rilascio già ordinato alle agenzie competenti; ma è importante chiarire subito un punto decisivo: UFO non significa alieni, perché il termine indica soltanto oggetti o fenomeni osservati in cielo che, almeno inizialmente, non sono stati identificati, e non prova affatto la presenza di civiltà extraterrestri. Negli Stati Uniti il fenomeno viene studiato ufficialmente da decenni, fin dagli anni Quaranta, e il caso più noto rimane il Project Blue Book, il programma dell’aeronautica militare americana attivo dal 1952 al 1969, che analizzò 12.618 segnalazioni: secondo i dati ufficiali, circa il 94% dei casi fu spiegato come errore di identificazione, fenomeno naturale, pallone, velivolo o illusione ottica, mentre circa il 6% rimase non identificato, ma senza mai fornire prove concrete di un’origine extraterrestre. Ed è proprio quel piccolo margine di mistero, statisticamente minoritario ma emotivamente enorme, ad aver alimentato per decenni l’immaginario collettivo, trasformando il tema UFO in una sorta di moderna mitologia del cielo, sospesa tra scienza, intelligence, fede laica nel mistero e cultura popolare. Oggi il dossier è tornato centrale non tanto per una improvvisa conferma degli alieni, quanto per ragioni militari e strategiche: il Pentagono ha infatti riconosciuto che alcuni eventi osservati da piloti, radar e sistemi multisensore meritano attenzione perché possono rappresentare intrusioni nello spazio aereo, droni avanzati, errori di rilevamento o tecnologie sconosciute. Per questo è stato creato l’AARO, l’All-domain Anomaly Resolution Office, l’ufficio del Dipartimento della Difesa che ha il compito di raccogliere e analizzare i casi; ma anche qui i numeri invitano alla prudenza: i rapporti più recenti, compreso quello del 2024, non hanno trovato prove di attività aliena sulla Terra e hanno ribadito che la maggior parte dei casi esaminati è compatibile con oggetti comuni, anomalie strumentali o interpretazioni errate. Questo significa che il governo americano ammette l’esistenza di episodi non sempre spiegati in modo definitivo, ma non ha mai confermato l’esistenza di navicelle extraterrestri. È qui che il tema diventa potentissimo dal punto di vista narrativo e mediatico: da una parte c’è il sospetto che i governi nascondano da decenni qualcosa di enorme, dall’altra c’è la realtà molto più complessa dei dossier burocratici, delle testimonianze frammentarie, dei radar imperfetti e delle interpretazioni spesso incomplete. Ogni volta che si annuncia una declassificazione, il pubblico sogna la prova definitiva, ma quasi sempre emergono soprattutto rapporti tecnici, note di intelligence, registrazioni difficili da interpretare e documenti che aumentano le domande più di quanto offrano risposte. Persino riviste attente al fascino del mistero hanno invitato alla cautela: Scientific American ha sottolineato che non esistono prove note di visite extraterrestri sulla Terra e che la spettacolarizzazione politica del tema rischia di confondere la ricerca scientifica con il sensazionalismo. Eppure sarebbe sbagliato liquidare tutto come fantasia, perché oggi esiste anche una crescente area di ricerca seria che studia gli UAP senza saltare a conclusioni fantasiose: un ampio lavoro accademico pubblicato su arXiv nel 2025, intitolato The New Science of Unidentified Aerospace-Undersea Phenomena, ha evidenziato come il vero problema sia la qualità dei dati e come servano osservazioni multisensore, protocolli rigorosi e raccolte standardizzate. In altre parole, la scienza non dice “sono alieni”, ma dice che esistono segnalazioni non sempre spiegate in modo soddisfacente e che vale la pena studiarle con metodo. E se il fenomeno continua a sopravvivere è perché parla meno degli extraterrestri e molto di più di noi: parla del nostro rapporto con il potere, con il segreto, con la paura della tecnologia invisibile e con il bisogno quasi ancestrale di credere che il cielo custodisca ancora qualcosa che sfugge alla comprensione umana. Non a caso il mito UFO nasce nel cuore del Novecento, dopo Roswell nel 1947, nel pieno della Guerra Fredda, quando ogni luce nel cielo poteva sembrare un’arma sovietica, un velivolo sperimentale o un segnale di minaccia globale. Da allora cinema, televisione e letteratura hanno fatto il resto: da Incontri ravvicinati del terzo tipo a X-Files, da Independence Day ai documentari contemporanei, il confine tra indagine e leggenda si è assottigliato fino quasi a scomparire. Trump oggi riaccende questa miccia con una mossa che ha un peso politico e mediatico enorme, ma la vera domanda non è se domani comparirà il video perfetto dell’astronave sopra il Pentagono: la vera domanda è se la nuova stagione di rilascio dei documenti porterà a una trasparenza reale, cioè alla pubblicazione graduale di rapporti, note, segnalazioni e analisi che consentano finalmente di separare ciò che è davvero non identificato da ciò che è soltanto mal interpretato. In fondo, gli UFO continuano a esercitare un fascino irresistibile proprio perché abitano la zona di confine tra il mistero e il mito: il mistero chiede metodo, pazienza, prove e rigore; il mito invece chiede fede, immaginazione e desiderio di rivelazione. E forse è per questo che, da quasi ottant’anni, ogni volta che qualcuno promette di aprire i file segreti sugli UFO, il mondo torna a guardare in alto come se il cielo dovesse finalmente parlare.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
