di Tiziana Mazzaglia
Quando il mare schiaffeggia la costa
non è capriccio: è memoria che torna,
è il respiro profondo della Terra
che alza la voce, salata e antica.
Batte sugli scogli come su tamburi,
scrive nell’aria una lingua di schiuma,
e il suo richiamo sale fin sui tetti
dove la nostra distrazione si addormenta.
Ha nelle viscere plastica e silenzi,
fili spezzati, ombre senza nome;
porta ferite che non fanno rumore
e per questo nessuno le consola.
La riva trema, e trema il giorno,
perché ogni gesto
anche il più piccolo
ha un’ombra lunga che attraversa l’acqua
e rientra, sempre, nel suo ritorno.
E allora il mare si fa messaggero:
appoggia onde alle ringhiere dei balconi,
bussa ai vetri con nocche di sale,
entra nelle case come un verdetto lieve.
Non chiede santità, ma attenzione.
Non chiede prodigi, ma misura.
Un passo più leggero sulla terra,
una vita meno cieca, meno svelta.
Perché il tempo ci rincorre come mareggiata:
porta via pezzi di mondo strappati,
smantellati, gettati a riva
frantumi che non tornano interi.
E se oggi vi rimprovera, ascoltate:
non è odio, è sopravvivenza.
Quando impareremo a vivere insieme,
quando smetteremo di ferirlo senza pensarci,
il mare
finalmente
tornerà a respirare piano.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
