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di Tiziana Mazzaglia
C’era un tempo in cui il corteggiamento era un’arte, un rito sacro, codificato e rispettato. Nell’età medievale, l’amore cortese seguiva precise regole: il cavaliere si metteva al servizio della dama, scriveva versi, combatteva in suo onore, le dedicava ballate. Un sentimento idealizzato, dove il desiderio era sublimato e mai consumato. Con l’Ottocento e la borghesia, il corteggiamento diventò più domestico, ma non meno formale: il “fare la corte” significava presentarsi in casa, sotto gli occhi attenti dei genitori, con fiori, passeggiate, lettere profumate. Nei primi del ’900, il fidanzamento era un contratto quasi sacro, suggellato da visite ufficiali e rispetto rigoroso del tempo. I nostri nonni parlano di lunghe attese, di balli nei cortili, di sguardi rubati e lettere spedite con il cuore. Ogni gesto aveva un peso. Il telefono fisso condivideva gli inizi di una storia con tutta la famiglia. E il bacio? Poteva arrivare dopo mesi. Poi arrivano gli anni ‘80 e ‘90, con le prime libertà, i bigliettini in classe, gli SMS, i primi amori nati in discoteca. Il linguaggio cambia, si accorcia, diventa più diretto. Il “ti amo” arriva in digitale. Oggi il corteggiamento, se non è già estinto, è un animale in via di estinzione. Scivolato dentro chat istantanee, swipe a destra, reaction con il cuore. Le storie nascono, bruciano e si spengono in poche ore. Il romanticismo ha perso la pazienza. Come scriveva Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso, «oggi l’innamorato è un soggetto senza discorso». E forse è proprio questo che manca: un tempo in cui corteggiare significava dedicare tempo, parole e presenza. Un tempo in cui si conquistava con lentezza. Non con un emoji. Il corteggiamento non è morto, ma dorme sotto uno strato di notifiche. Ogni tanto, riemerge nei gesti di chi ha ancora il coraggio di scrivere una lettera o fare una telefonata. E chissà, forse l’amore ha solo bisogno di un po’ più di tempo per tornare a essere poesia. Come nella storica pubblicità della Telecom Italia degli anni ’90, dove una giovane donna chiedeva: “Mi ami? Quanto mi ami?”. In quelle poche parole, ingenue e struggenti, c’era tutta la verità di un’epoca: il bisogno di sentirsi scelti, amati, desiderati… con voce vera, e non con un like.
