di Tiziana Mazzaglia
“Se fossi foco… brucerei il mondo scriveva Cecco Angiolieri nel Duecento, con spirito ribelle e un po’ incendiario. Ma qui il problema è che non è Cecco a bruciare il mondo, ma è l’uomo moderno, con le sue scelte, le sue omissioni, le sue estati bollenti. L’estate 2025 sembra proprio la stagione in cui quel vecchio verso diventa profezia: i boschi ardono, i cieli si coprono di cenere, e noi restiamo a guardare, tra un condizionatore acceso e un tweet indignato. L’estate 2025 arde di fuoco e silenzio, bruciano le foreste d’Europa come fiaccole di un mondo che non sa più proteggersi: In Italia ha bruciato prima Roma e poi Catania, e ora il Parco Nazionale del Vesuvio, non mancano, la Grecia che tossisce fumo, la Spagna che piange cenere, il Canada che evacua i suoi figli mentre il cielo si vela di un grigio e sa di apocalisse. Gli alberi cadono uno dopo l’altro come vecchi giganti stanchi, e nessuno ascolta il loro grido. I numeri parlano: oltre 230.000 ettari divorati, il doppio della media, e le fiamme non conoscono frontiere, avanzano come se sapessero che la terra non è più sacra! I venti soffiano caldi, gli elicotteri ronzano come insetti impotenti, mentre le istituzioni tentano di contenere l’incontenibile con vigili del fuoco prestati da ogni angolo d’Europa e aerei che sembrano lacrime nel vento. Ma le cause sono note, non sono nuove: è la mano dell’uomo, è la febbre del pianeta, è il disordine antico che si vendica. I fondi spesso vanno dove non servono, i piani restano chiusi nei cassetti, mentre le fiamme aprono voragini reali. E allora ci si chiede: quante estati ancora? Quante terre dovremo vedere annerite prima di capire che non siamo spettatori, ma autori? Questa non è solo un’estate calda. È un’estate che ci guarda negli occhi e ci chiede se siamo pronti a cambiare.
