di Tiziana Mazzaglia
Stiamo educando i bambini all’affettività o li stiamo lasciando soli davanti alla sessualità in tv e sui social? È una domanda che molti adulti evitano, forse perché mette a nudo una delle contraddizioni più evidenti del nostro tempo: da una parte diciamo di voler proteggere l’infanzia, dall’altra lasciamo che sia il mercato delle immagini, il linguaggio della pubblicità, la spettacolarizzazione dei corpi, la pornografia mascherata da intrattenimento e la velocità incontrollata dei social a fare, al posto nostro, un’educazione che non educa, ma espone. E forse il punto è proprio questo: i bambini e i preadolescenti oggi non vengono introdotti alla sessualità, vi vengono precipitati dentro. Non attraverso un dialogo, non attraverso parole adeguate, non attraverso una pedagogia dell’affettività e del rispetto, ma attraverso frammenti visivi, allusioni, modelli esibiti, corpi consumati come linguaggio universale della visibilità. La sessualità, che dovrebbe essere un’esperienza complessa, relazionale, emotiva, graduale, simbolica, viene ridotta a superficie, performance, seduzione, esposizione. E mentre gli adulti spesso tacciono, imbarazzati o distratti, lo schermo parla al loro posto. Parla la televisione, parlano le piattaforme, parlano i video brevi, parlano gli algoritmi che intercettano curiosità precoci e le trasformano in abitudine. Parlano, soprattutto, senza responsabilità educativa. Maria Montessori ci ha insegnato che il bambino assorbe il mondo come una spugna viva, non seleziona con gli stessi filtri dell’adulto, non possiede ancora la distanza critica necessaria per comprendere ciò che vede, ma lo incorpora, lo interiorizza, lo normalizza. Questo significa che ciò che a noi appare come “solo uno spot”, “solo una scena”, “solo una tendenza”, per un bambino può diventare un modello implicito di ciò che è desiderabile, normale, atteso. Ed è qui che si apre una questione pedagogica enorme: se la prima educazione sentimentale dei più piccoli non passa più attraverso la famiglia, la scuola, il dialogo, la lentezza della crescita, ma attraverso immagini ipersessualizzate e messaggi continui che associano il valore personale alla desiderabilità fisica, che idea dell’amore, del corpo, del consenso, del rispetto, della relazione stiamo lasciando sedimentare? Jean Piaget ci ha mostrato che il bambino non comprende il mondo come lo comprende un adulto. Non distingue ancora pienamente il piano simbolico da quello reale, non coglie sempre l’ironia, il contesto, la costruzione culturale del messaggio. Per questo la sessualità spettacolarizzata non viene decodificata come rappresentazione costruita, ma può essere assunta come norma. Una bambina che cresce vedendo corpi femminili costantemente esibiti come strumento di approvazione rischia di imparare molto presto che essere vista vale più che essere ascoltata. Un bambino che incontra modelli maschili fondati sulla conquista, sulla pressione, sull’aggressività o sulla derisione del rifiuto può interiorizzare un’idea distorta della virilità e della relazione. E tutto questo avviene spesso in silenzio, senza che nessuno se ne accorga davvero, perché non si manifesta come un trauma improvviso, ma come una lenta educazione invisibile. Donald Winnicott parlava della necessità di un ambiente sufficientemente buono, capace di contenere, accompagnare, dare forma alle esperienze prima che diventino eccessive per la mente del bambino. Oggi, invece, sembra che l’ambiente sia sempre più spesso “eccessivamente esposto”: non filtra, non rallenta, non protegge. L’adulto non media più, o lo fa troppo tardi. Eppure proprio la mediazione è il cuore della responsabilità educativa. Il problema non è che i bambini facciano domande sulla sessualità: è sano, naturale, inevitabile. Il problema è quando le risposte arrivano prima delle domande, e arrivano sotto forma di immagini, posture, slogan, coreografie, battute, contenuti che trasformano il corpo in merce e il desiderio in prestazione. Hannah Arendt, riflettendo sull’educazione, scriveva che ogni bambino è un nuovo venuto nel mondo e che educare significa assumersi la responsabilità di presentargli quel mondo. Ma come stiamo presentando oggi il mondo affettivo e corporeo ai più piccoli? Con quale linguaggio? Con quale etica? Con quale pudore inteso non come censura, ma come rispetto della gradualità? Perché è qui che occorre una distinzione essenziale, troppo spesso smarrita nel dibattito pubblico: parlare di sessualità ai bambini non è la stessa cosa che esporli alla sessualizzazione. L’educazione affettiva e sessuale, quando è sana, insegna il nome delle cose, il rispetto del corpo, il consenso, i confini, la differenza tra intimità e spettacolo, tra desiderio e pressione, tra libertà e uso dell’altro. La sessualizzazione mediatica, invece, fa esattamente il contrario: accelera, confonde, banalizza, eccita senza spiegare, mostra senza contestualizzare, attrae senza educare. Jerome Bruner sosteneva che la mente umana organizza l’esperienza in forma narrativa, e allora anche la scoperta del corpo, del desiderio, dell’identità e della relazione ha bisogno di una narrazione. Ha bisogno di adulti che sappiano dire: il tuo corpo è tuo, merita rispetto, non deve essere esibito per valere, non deve essere toccato senza consenso, non sei obbligato a piacere per essere amato, l’affettività viene prima della performance, l’intimità non è un contenuto da condividere ma uno spazio da custodire. Senza questa narrazione, i bambini e soprattutto i preadolescenti ricevono solo frammenti. E i frammenti, quando riguardano la sessualità, sono pericolosi proprio perché seducenti. Non fanno rumore come una notizia di cronaca nera, non spaventano in modo immediato, non provocano allarme evidente. Anzi, spesso vengono percepiti come modernità, libertà, emancipazione. Ma la libertà senza coscienza, soprattutto nell’infanzia, non è libertà: è esposizione. E qui la psicologia dello sviluppo ci offre un’altra chiave decisiva. Lev Vygotskij parlava della zona di sviluppo prossimale, quello spazio in cui il bambino può comprendere qualcosa solo se accompagnato da un adulto competente. Anche la sessualità, in senso ampio, dovrebbe stare lì: dentro una zona di gradualità, dentro un dialogo proporzionato all’età, dentro un processo in cui l’adulto non invade ma non abdica. Oggi, invece, troppo spesso l’adulto abdica. Lascia che sia il gruppo dei pari, lascia che sia TikTok, lascia che siano i video, le challenge, gli influencer, le serie tv, i reality, le pubblicità, le canzoni, perfino certi linguaggi apparentemente ironici ma profondamente invasivi, a costruire l’immaginario erotico e relazionale dei più piccoli. E allora la domanda non è più se i bambini siano esposti alla sessualità: lo sono già. La vera domanda è se questa esposizione stia generando consapevolezza o solo confusione. Se stia educando al rispetto o alla precocizzazione. Se stia formando persone o consumatori di immagini. Sigmund Freud, pur in un’epoca lontana, aveva compreso che la sessualità non è un tema marginale nello sviluppo umano, ma una dimensione complessa che attraversa la crescita e chiede simbolizzazione, parole, contenimento. Oggi il rischio non è tanto che i bambini “non sappiano”, quanto che sappiano troppo presto e nel modo sbagliato. Che vedano senza capire. Che imitino senza elaborare. Che assumano come spontaneo ciò che è invece costruito da logiche di mercato, di visibilità, di profitto. Marshall McLuhan ci aveva avvertiti che il mezzo plasma il messaggio. E nei social questo principio diventa radicale: la forma breve, compulsiva, ripetitiva, performativa del contenuto modifica la percezione stessa della sessualità. Non si tratta più di un’esperienza interiore o relazionale, ma di una coreografia pubblica del sé. Essere desiderabili diventa un dovere, mostrarsi una competenza, suscitare attenzione una moneta sociale. È un apprendistato silenzioso e potentissimo, che investe bambini e ragazzi in un’età in cui l’identità è ancora fragilissima. Una bambina può imparare a guardarsi con gli occhi dell’algoritmo prima ancora di aver imparato a guardarsi con i propri. Un bambino può imparare a misurare il proprio valore attraverso modelli di dominio, successo o esposizione prima ancora di aver capito che cosa significhi davvero entrare in relazione. Eppure, paradossalmente, mai come oggi abbiamo a disposizione parole migliori per fare educazione affettiva. Sappiamo parlare di consenso, di rispetto, di confini, di sicurezza, di emozioni, di ascolto. Ma troppo spesso queste parole restano nei convegni, nei documenti, nei progetti scolastici episodici, mentre la quotidianità mediatica continua a travolgere tutto con un linguaggio opposto. Ecco perché il vero problema non è la sessualità in sé, che è parte naturale della vita umana, ma la sua riduzione a spettacolo permanente. Non è il corpo il problema, ma il corpo trasformato in merce narrativa. Non è il desiderio il problema, ma il desiderio svuotato di reciprocità, di tempo, di senso. Non è la libertà il problema, ma una falsa libertà che chiama emancipazione ciò che spesso è solo addestramento alla visibilità. Parlare di questo senza moralismi è possibile, anzi necessario. Perché non si tratta di invocare censura o di rimpiangere epoche più pudiche in modo nostalgico e superficiale. Si tratta di chiedersi se una società che delega ai media e agli algoritmi l’educazione implicita dei bambini sul corpo, sul desiderio e sulle relazioni possa ancora dirsi adulta. Si tratta di capire che il pudore, in senso alto, non è repressione: è rispetto della soglia, della gradualità, dell’intimità, del tempo necessario perché una coscienza si formi senza essere colonizzata troppo presto. In questo senso, la pedagogia non dovrebbe opporsi alla sessualità, ma restituirle profondità. Dovrebbe sottrarla al consumo e riportarla nel territorio della relazione, della parola, della cura, della responsabilità. Un bambino non ha bisogno di essere tenuto nell’ignoranza, ma ha bisogno di essere introdotto con delicatezza a ciò che riguarda il corpo e l’affettività, senza essere consegnato alla violenza simbolica di un immaginario ipersessualizzato che non gli appartiene ancora. E allora la domanda iniziale torna, forse ancora più urgente: stiamo educando i bambini all’affettività o li stiamo lasciando soli davanti alla sessualità in tv e sui social? Se l’educazione consiste nel tacere e sperare che “non ci facciano caso”, allora no, non stiamo educando. Se l’educazione consiste nel parlare prima che lo facciano gli schermi, nel filtrare, nel spiegare, nel nominare il rispetto, nel distinguere l’intimità dall’esibizione, il corpo dal prodotto, il consenso dalla pressione, allora sì, stiamo facendo il nostro lavoro. Perché i bambini non hanno bisogno di vedere tutto per crescere bene. Hanno bisogno di adulti che sappiano restare tra loro e il rumore del mondo, trasformando ciò che li raggiunge in qualcosa che possa essere compreso senza essere subìto. E forse, anche qui, la vera domanda non riguarda solo ciò che i bambini guardano, ma ciò che noi adulti abbiamo smesso di guardare in noi stessi: la nostra rinuncia a educare, la nostra paura di nominare, il nostro silenzio davanti a immagini che parlano troppo e spiegano nulla.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
