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Sotto l’albero hai trovato un dono che ti ha reso felice?

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Nel 1994, durante un’intervista condotta dal giornalista Michele Fazioli, Alberto Sordi pronunciò parole che oggi suonano persino più attuali di allora: osservava come la società, pur diventata più ricca e tecnologicamente avanzata, sembrasse aver smarrito la capacità di essere felice. Non parlava di nostalgia sterile, ma di uno slittamento profondo del senso dell’esistenza, di una trasformazione silenziosa in cui il benessere materiale aveva progressivamente sostituito il valore delle relazioni, del tempo e della misura. In quel dialogo, Sordi rifletteva sul fatto che l’uomo moderno fosse costantemente spinto a desiderare di più, a consumare di più, a rincorrere modelli di successo e di felicità prefabbricati, perdendo però il contatto con ciò che davvero lo rende umano. Il consumismo, in questa prospettiva, non è soltanto un sistema economico ma una forma di educazione emotiva distorta: insegna a colmare ogni mancanza con un acquisto, ogni frustrazione con un oggetto, ogni silenzio con rumore. Sordi intuiva che l’accumulo continuo non genera appagamento ma assuefazione, e che la promessa di felicità veicolata dal consumo è fragile, effimera, destinata a dissolversi rapidamente lasciando spazio a un nuovo bisogno. La sua critica non era rivolta alle cose in sé, ma alla perdita del senso del limite, alla trasformazione dell’individuo in consumatore permanente, sempre insoddisfatto e sempre in attesa del prossimo oggetto salvifico. In quella intervista emergeva una visione lucida e disincantata: più aumentano le possibilità di possesso, più diminuisce la capacità di godere, perché il desiderio non nasce più dall’interno ma viene suggerito, imposto, standardizzato. Oggi, immersi in una società iperconnessa e ipercommerciale, quelle parole risuonano come un monito: circondati da beni, rischiamo di diventare poveri di senso; sommersi da stimoli, incapaci di ascolto; convinti che la felicità sia qualcosa da comprare, dimentichiamo che è invece qualcosa da costruire, con lentezza, relazioni e consapevolezza. Alberto Sordi, con la sua ironia amara e profondamente umana, ci ha lasciato una lezione ancora scomoda: non è la mancanza di cose a renderci infelici, ma l’eccesso senza coscienza, quel consumismo che riempie le mani e svuota l’anima.

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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