di Tiziana Mazzaglia
Il futuro, negli anni ’80, era una promessa elettrica, lucida, fatta di auto volanti, robot domestici e città sospese nel cielo. Il 2026 era il domani remoto ma possibile, raccontato da film, fumetti e spot pubblicitari con entusiasmo e inquietudine. E ora che ci siamo arrivati, ci guardiamo intorno e ci chiediamo: è davvero andata così? Nel 1982 usciva Blade Runner, ambientato in un distopico 2019, ma la sua estetica noir-futurista ha influenzato per decenni l’immaginario del futuro. Nel sequel Blade Runner 2049, il salto temporale ha proiettato ancor di più il futuro in un abisso tecnologico e senz’anima. Nel 1985, Ritorno al futuro ci mostrava un 2015 con hoverboard, scarpe auto-allaccianti e pizze disidratate: invenzioni che facevano sorridere, ma che lasciavano intravedere un futuro ottimista e creativo. Allo stesso modo, in molti romanzi e prodotti pop degli anni ’80, il 2026 era associato a scenari iper-tecnologici, viaggi interplanetari, automazione totale, intelligenze artificiali e governi robotizzati. La fantascienza era un modo per interrogarsi sul potere della scienza, ma anche sulle sue derive. E il 2026 reale? Siamo entrati in un’epoca in cui la tecnologia è ovunque, ma non come ce la raccontavano. Nessuna macchina vola ancora nei cieli urbani, anche se i droni iniziano a sorvolare le città. L’intelligenza artificiale esiste, e parla fluentemente, ma non ha ancora coscienza né volto umano. Gli smartphone hanno sostituito quasi tutti gli oggetti di uso quotidiano, dai lettori musicali agli orologi, dalle mappe ai taccuini. Ma la vera rivoluzione, quella del cambiamento sociale, culturale ed etico, sembra più fragile di quanto previsto. Secondo l’OECD Future Trends Report, il 2026 sarà segnato da un ulteriore sviluppo di tecnologie predittive, ma l’automazione non sostituirà ancora il lavoro umano nei settori relazionali, creativi ed educativi. I problemi globali (cambiamento climatico, guerre, disuguaglianze) restano quasi gli stessi, se non peggiorati. Il World Economic Forum segnala che nel 2026 quasi il 44% delle competenze richieste nel mondo del lavoro sarà diverso rispetto a quelle di cinque anni prima. Eppure, l’analfabetismo funzionale e digitale resta un problema in vaste aree del pianeta, inclusa l’Italia, dove uno adulto su tre fatica a comprendere testi scritti complessi. Nel confronto tra sogni e realtà, il futuro ha deluso, ma anche stupito. Non sono arrivate le città galleggianti, ma siamo riusciti a mappare il genoma umano. Non viaggiamo ancora su Marte, ma lavoriamo in remoto da paesi diversi. Le malattie non sono state tutte debellate, ma la medicina personalizzata fa passi da gigante. Forse il vero limite degli anni ’80 non era nell’ottimismo, ma nell’idea di progresso come spettacolo. Il futuro non è sempre visibile, non è sempre spettacolare: a volte è silenzioso, diffuso, impercettibile. Come la fibra ottica, come i dati invisibili che regolano le nostre vite. In fondo, il 2026 non è il mondo che ci avevano promesso, ma nemmeno quello che temevamo. È il presente connesso e fragile in cui viviamo, sospeso tra nostalgia e innovazione. Non abbiamo ancora imparato a volare, ma, forse, possiamo ancora imparare a camminare meglio.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
