di Tiziana Mazzaglia
Ornella Vanoni se n’è andata in una sera milanese, a novantun anni, e insieme a lei sembra chiudersi una stagione intera della musica italiana. La sua voce, riconoscibile da una sola sillaba, ha attraversato decenni come una scia luminosa: dischi consumati, festival, teatri, palchi piccoli e grandi, sempre con quel modo unico di cantare che era quasi un parlare sottovoce al cuore di chi ascoltava. Nata nel 1934, aveva trovato la sua prima casa nel teatro di Strehler, al Piccolo di Milano. Lì aveva imparato il peso delle pause, il valore del silenzio, l’arte di reggere la scena. Poi la musica l’aveva chiamata: le “canzoni della mala”, in dialetto, le strade di una città ruvida e romantica, il soprannome di “cantante della mala” cucito addosso come un abito di scena che non le stava mai davvero stretto. Negli anni Sessanta arrivano i brani che diventano memoria collettiva: “Senza fine”, “Che cosa c’è”, “La musica è finita”, “Domani è un altro giorno”. Sono titoli che raccontano amori sospesi, appuntamenti mancati, nostalgie che non passano. Lei li interpreta con eleganza discreta, senza mai urlare: una presenza intensa, un po’ distante eppure vicinissima, come chi ti guarda da un tavolino d’angolo e sa già quello che stai vivendo. Con “L’appuntamento” la sua voce si imprime per sempre nell’immaginario. Molti anni dopo, quando il brano riappare in una colonna sonora internazionale, il mondo riscopre quella timbrica vellutata, malinconica, che sembra provenire da un’altra epoca e che pure resta modernissima. Intanto Ornella continua a cambiare abito musicale: pop, jazz, bossa nova, canzone d’autore. Canta le parole di Gino Paoli, Paolo Conte, Vinicius de Moraes, e di molti altri, costruendo un repertorio vasto e raffinato. Ma Vanoni non è stata solo canzoni. È stata una personalità irriverente, piena di ironia, capace di raccontare la propria fragilità senza vergogna. In più occasioni ha parlato della solitudine come di una condizione interiore, qualcosa che ti può abitare anche quando sei circondato dalla folla. Invitava a volersi bene davvero, perché senza amore per sé non può nascere amore autentico per gli altri. Difendeva con un sorriso l’idea che un po’ di follia fosse necessaria per vivere, perché “la gente che non è un po’ matta è di una noia mortale”. Negli ultimi anni aveva affrontato con lucidità il tempo che passa, la vecchiaia, il corpo che chiede tregua. Eppure non aveva smesso di lavorare, di cantare, di raccontarsi. Come se il palcoscenico fosse l’unico luogo in cui gli anni si fermano un momento e la vita torna a farsi presente, vibrante, possibile. Ora che Ornella non c’è più, resta la scia delle sue interpretazioni: vinili gelosamente custoditi, vecchie cassette, cd, playlist digitali in cui la sua voce passa da una generazione all’altra senza perdere forza. Le sue canzoni continueranno a riempire cucine al mattino, salotti la sera, viaggi in auto con i finestrini abbassati. Questo, forse, è il suo vero saluto: non una frase detta in tv, ma il coro sommesso di chi, sentendola cantare, ha trovato conforto, nostalgia, compagnia. Il sipario si è chiuso sul suo corpo, ma la sua musica resta a ricordarci che alcune presenze sono davvero, come lei cantava, “senza fine”. E da qualche parte, in una casa o in una macchina in viaggio, risuona ancora il sorriso ironico di “Rossetto e cioccolato”, piccolo rito di bellezza e tenerezza per affrontare la vita. Buon viaggio, Ornella.
