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Sale e paura

Dal “tempo della mucca pazza” al “tempo del mare mostro”: cronaca poetica di un cambiamento che ci riguarda tutti

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Ci sono frasi che non passano: restano appese addosso, come sale sulla pelle, come sabbia nei capelli il giorno dopo una mareggiata. Le ascolti in un’intervista, magari in televisione o in un audio condiviso, e ti sembra che parlino a te, anche se arrivano da un balcone lontano, da un paese che non è il tuo, da una casa che non conosci. Una signora quasi novantenne di Letojanni, Messina, racconta il mare come si racconta un vicino di casa che ha perso la misura: “Ha urlato tutta la notte come un mostro, come un indemoniato… si è appoggiato alla ringhiera del mio balcone e mi ha sputato in casa tanta schiuma.” Non dice “il mare era agitato”. Non dice “c’era vento”. Dice “mostro”. Dice “indemoniato”. E in quella scelta, involontaria e perfetta, c’è già tutto: la nostra lingua che si sposta, perché ciò che vede non rientra più nelle parole di sempre. Il mare — quello che era ninna nanna, cartolina, promessa di agosto — ora entra in casa come un ospite violento. Non bussa: si appoggia alla ringhiera e sputa. Poi c’è un signore del Catanese che mostra la sua casa: distrutta, svuotata, come se il tempo fosse passato con le mani pesanti. E dice una frase che fa più rumore del crollo: “Sta cambiando qualcosa, anche il mare non è più lo stesso. Mia moglie che amava tanto il mare mi ha detto che non lo ama più… e le fa paura.” Non è solo una denuncia. È un lutto domestico. È la fine di un amore antico. Perché quando una persona dice “non lo amo più”, di solito parla di un essere umano. Qui parla dell’acqua. Come se l’acqua avesse cambiato volto. Come se non riconoscessimo più lo sguardo di ciò che ci ha cresciuti. E allora ti viene da pensare — con quella crudezza che nasce quando le epoche cambiano nome — che abbiamo già attraversato un tempo così. C’era il periodo della “mucca pazza”, un tempo in cui perfino ciò che nutriva faceva paura. Oggi sembra di vivere nel periodo del “mare mostro”: non più la bestia, ma l’onda; non più l’ansia del cibo, ma l’ansia della riva. Eppure, sotto queste etichette che la gente inventa per difendersi, c’è una frase più grande che non diciamo mai abbastanza: la natura, per molti di noi, non è più madre. Non è più “quella che ci porta” ma “quella che ci viene addosso”. Non è più scenario: è personaggio. E spesso, un personaggio ferito. Lo vedi dappertutto, anche lontano dal mare. Le piante sembrano disorientate, come se avessero perso il calendario. Fioriscono quando non dovrebbero, resistono a fatica, si spostano nel linguaggio dell’eccezione. Gli uccelli migrano verso luoghi diversi, e nessuno sa più se chiamarla confusione o adattamento. I pesci che arrivano nelle reti non hanno l’accento di casa: sono specie di altri mari, come se il Mediterraneo stesse cambiando voce. Fa caldo dove dovrebbe fare freddo e freddo dove dovrebbe fare caldo. E la pioggia — quella che una volta era una lunga pazienza di quindici giorni — ora cade in due giorni soltanto, come un messaggio scritto tutto in maiuscolo, senza punteggiatura, senza respiro. Un diluvio breve e definitivo, che lascia dietro di sé fango, frane, strade spezzate e il silenzio di chi guarda le proprie cose e non sa da dove cominciare. A volte mi viene un pensiero che somiglia a una provocazione e a una preghiera: più che psicologi e psichiatri per gli esseri umani, ci vorrebbero per la natura. Non per “umanizzarla” — lo facciamo già, con i mostri e gli indemoniati — ma per ascoltare davvero i suoi sintomi. Perché un mare che urla tutta la notte, un mare che sputa schiuma in casa, non è solo un mare arrabbiato: è un mare in crisi. E se la crisi fosse una terapia mancata, una cura rimandata, una domanda ignorata troppo a lungo? Immagino il mare seduto in una stanza bianca, che finalmente parla. Dice: “Non ce la faccio più a contenere.” Dice: “Mi avete chiesto di assorbire.” Dice: “Sono diventato discarica, autostrada, confine, spettacolo.” E mentre lo immagino mi accorgo che questa fantasia non è evasione: è un modo per dire che la relazione è spezzata. Che abbiamo trasformato una madre in una forza estranea. Che abbiamo sostituito la fiducia con l’allerta. E intanto il Sud guarda le macerie e fa una domanda che è insieme economica e spirituale: da dove arriveranno i soldi per ricostruire? Non solo i muri e i tetti, ma la normalità. Quella normalità che una volta era sorridere “baciati dal sole” e sentirsi “accarezzati dalle onde” senza dover calcolare la paura, senza dover leggere bollettini come si leggono diagnosi. Ricostruire, però, non può essere soltanto rimettere in piedi ciò che è caduto. Perché se il mare non è più lo stesso, non possiamo pretendere di tornare esattamente a ieri. Forse ricostruire significa anche cambiare modo di abitare la costa e il tempo. Cambiare il patto tra noi e la natura. Tornare a vedere che non è un fondale, ma una presenza. Non un oggetto da usare, ma un rapporto da curare. Quelle due voci — la signora di Letojanni e l’uomo del Catanese — sono più di due testimonianze. Sono un coro che ci sta dicendo: attenzione, la realtà ha cambiato tono. Se prima il mare era una promessa, ora è anche una domanda. Se prima era una madre sempre uguale, ora è un organismo che reagisce. E forse la cosa più dolorosa, più vera, è proprio questa: quando la natura smette di sembrarci madre, non è lei ad averci abbandonato. Siamo noi ad aver perso l’ascolto. E il mare, come ogni creatura non ascoltata, prima sussurra. Poi si agita. Poi urla tutta la notte.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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