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Quel GLO senza partecipanti che non è inclusione

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Il GLO, acronimo di Gruppo di Lavoro Operativo per l’inclusione, assume nell’ordinamento scolastico italiano un ruolo centrale nella progettazione, attuazione e verifica del percorso educativo degli alunni con disabilità certificata, ai fini dell’inclusione scolastica (art. 8, comma 10 D.Lgs. 96/2019, modificativo dell’art. 9 del D.Lgs. 66/2017). Per legge, il GLO deve essere istituito presso ogni istituzione scolastica e presieduto dal dirigente scolastico o suo delegato; ne fanno parte, oltre al consiglio di classe o agli insegnanti contitolari, i docenti di sostegno (in quanto contitolari della classe/sezione), i genitori o chi esercita la responsabilità genitoriale dell’alunno, specialisti interni o esterni, e in via consultiva o partecipativa, l’Unità di Valutazione Multidisciplinare dell’ASL o ATS competente (art. 3, c. 7 DI 182/2020; linee guida). Il suo compito primario è l’elaborazione del Piano Educativo Individualizzato (PEI) per ciascun alunno disabile, la verifica del processo di inclusione e la definizione della quantificazione delle ore di sostegno e delle misure di supporto, tenuto conto del profilo dinamico‑funzionale dell’alunno. Nonostante la normativa disegni un modello di inclusione collaborativo, nella prassi scolastica emergono tensioni e discrepanze. Un punto critico riguarda la composizione e la partecipazione al GLO: benché la legge preveda la partecipazione dei genitori e degli specialisti sanitari, molte istituzioni documentano che «il GLO non è un club privato per docenti di sostegno e coordinatori» ma è «strumento di inclusione che richiede la partecipazione viva dell’intero consiglio di classe». Però, è frequente che i genitori non partecipino alle sedute o ancora più rare sono le presenze di medici, neuropsichiatri o terapisti che dovrebbero contribuire alla definizione del profilo di funzionamento: e quindi della misura di sostegno assegnata all’alunno. Un’altra criticità riguarda i tempi e la trasparenza: il PEI deve essere redatto in forma provvisoria entro il 30 giugno e definitivo entro il 31 ottobre dell’anno scolastico, e le verifiche intermedie dovrebbero migliorare la rilevazione dei risultati.  Alcune fonti segnalano che «è possibile che i componenti del GLO assenti abbiano accesso ai verbali, ma il gruppo è validamente costituito anche in assenza di tutte le rappresentanze previste» (DI 182/2020, art. 4, c. 4). Questo significa che la partecipazione effettiva può essere limitata senza che l’incontro possa essere impugnato come invalido, con il rischio che la misura sia decisa senza contributo tecnico‑sanitario e familiare adeguato. Le conseguenze pratiche si riflettono nella qualità dell’intervento: quando i medici e gli specialisti non sono presenti, il GLO rischia di operare come un “gruppo interno” di docenti, strategicamente povero di dati medico‑funzionali aggiornati, e con una stima delle ore di sostegno basata più su disponibilità di organico che su bisogni reali. In questo senso, l’alunno con autismo, depressione o altre condizioni complesse può ritrovarsi con un PEI irrigidito e poco personalizzato, senza che sia stato condiviso nel gruppo di lavoro il piano d’intervento integrato con le terapie esterne o le osservazioni cliniche. Il legislatore aveva chiarito che «la redazione del PEI spetta al GLO che rappresenta una delle novità più rilevanti del nuovo decreto sull’inclusione». In definitiva, il GLO è uno strumento importante e formalmente ben regolato, ma la distanza tra legge e pratica quotidiana mette in luce lacune profonde: la mancata presenza dei genitori, l’assenza dei medici, la convocazione estemporanea, la partecipazione marginale degli specialisti, la velocità con cui si decide la misura di sostegno senza confronto pluridisciplinare. Per recuperare efficacia, è necessario attivare tre linee d’intervento: 1) garantire la convocazione con congruo preavviso e modulazione oraria che permetta la presenza dei genitori e degli specialisti; 2) integrare l’ASL/ATS nei GLO con un obbligo minimo di partecipazione o almeno di contributo scritto visibile nel verbale; 3) costruire veri incontri di verifica e aggiornamento del PEI con modellazione delle ore di sostegno non solo sulla disponibilità di organico, ma sui reali bisogni dell’alunno e sulle evidenze clinico‑educative. Solo in questo modo il GLO potrà tornare ad essere il fondamentale luogo di ascolto, partecipazione e progettazione che la normativa italiana aveva immaginato, e non una mera formalità burocratica che lascia l’alunno più vulnerabile.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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