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Quanto ci resta ancora?

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Gennaio 2026 è partito come certi film che non ti danno il tempo di sederti: la scena è già in corsa, e tu sei lì con il fiato corto, a cercare un senso che non sia solo cronaca. Le immagini si somigliano eppure non si ripetono mai uguali: acqua che sale troppo in fretta, terra che si muove quando dovrebbe restare ferma, mare che entra dove non dovrebbe entrare, persone che escono di casa pensando di rientrare e invece capiscono che non c’è più un “dopo” normale, almeno non subito. Non è un discorso allarmante, è un discorso onesto: quando in poche settimane si moltiplicano frane, allagamenti, mareggiate e evacuazioni, non è solo sfortuna, è un segnale di stress, come una stoffa tirata sempre nello stesso punto, finché la trama non regge più. In Italia, il ciclone mediterraneo chiamato Harry ha spinto il governo a dichiarare lo stato di emergenza per Sicilia, Calabria e Sardegna e a stanziare 100 milioni di euro per i primi interventi, mentre la stima provvisoria dei danni è stata indicata intorno a 1 miliardo e 241 milioni di euro; e non sono numeri astratti, perché dietro c’è la vita quotidiana che si spezza: in alcune aree, in circa ottanta ore, gli accumuli di pioggia hanno superato i 400 millimetri e le coste hanno subito mareggiate e vento con effetti immediati su case, attività e infrastrutture. Poi ci sono i luoghi che diventano simboli non per scelta ma per necessità, come Niscemi: una frana con un fronte di circa quattro chilometri, innescata da piogge intense, ha costretto oltre 1.500 persone a lasciare le case, con la consapevolezza dolorosa che molti non rientreranno più, perché una casa può essere integra nei muri e comunque diventare inabitabile quando il terreno sotto di lei decide di spostarsi. Copernicus, nel descrivere l’evento al Sud, parla di piogge oltre i 200 millimetri in Calabria e attese sopra i 200 millimetri in 24 ore su Sicilia e Calabria meridionale, di raffiche oltre i 100 chilometri orari e onde fino a sei metri lungo le coste esposte: è il linguaggio tecnico di una realtà che, tradotta, significa notti in cui non dormi, strade che chiudono, ponti che si controllano, paesi che restano isolati, persone che si guardano in faccia e capiscono che la normalità non è garantita. E quando ti viene da chiedere “quanto ci resta ancora?”, la domanda non è solo sul clima o sul tempo che passa, è sul tipo di mondo che stiamo costruendo, perché l’impressione è che la sicurezza venga raccontata come potenza e confine, mentre la sicurezza più urgente è un argine che regge, un versante che non crolla, un ponte che resta in piedi, una rete di prevenzione che funziona prima e non dopo. Intanto, fuori dai nostri confini, gennaio racconta la stessa fragilità con accenti diversi e numeri che fanno rumore: in Mozambico le piogge e le inondazioni che si trascinano da fine dicembre hanno prodotto, secondo l’ente nazionale per la gestione dei disastri (INGD), un bilancio che a fine mese parla di 69 morti e 74 feriti, oltre 111.000 evacuati ospitati in 113 centri, quasi 750.000 persone colpite, più di 4.000 case distrutte e oltre 162.000 case allagate; in Indonesia una frana nel West Java, a fine gennaio, ha causato almeno 35 morti, 55 dispersi e 666 sfollati; negli Stati Uniti una fase di maltempo invernale ha fatto registrare, secondo media e autorità, 31 vittime, 34 feriti e circa 1.490 persone evacuate in 141 rifugi; nel Nord-Ovest della Siria, in campi per sfollati già vulnerabili, le alluvioni hanno danneggiato circa 4.000 tende e rifugi e ne hanno distrutti più di 220. Se metti insieme questi frammenti non ottieni una profezia, ottieni una domanda morale: perché continuiamo a investire energie e risorse come se la minaccia principale fosse sempre e soltanto l’altro, quando la minaccia più insistente sta diventando l’instabilità delle cose essenziali, la casa, la strada, l’acqua, il suolo; e come facciamo a parlare di futuro mentre tante persone, in poche settimane, si ritrovano senza un tetto o con un tetto che non è più un diritto ma una lotteria. Forse la sensazione di “un mese che vale un anno” nasce anche da qui: gli eventi non si lasciano archiviare, arrivano prima che la mente finisca di elaborare il precedente, e allora il presente si fa pesante, come quelle scene in cui la pioggia cancella tracce e ricordi “like tears in rain”; ma se vogliamo evitare che tutto diventi un catalogo di perdite, dobbiamo spostare il centro del discorso dalla fatalità alla responsabilità, dal dopo al prima, dalla retorica alla manutenzione, perché la cura del territorio non fa notizia finché non manca, e quando manca, la notizia la scrive il fango. Non serve urlare la fine, serve dire la verità con misura: la maglia del pianeta è sotto stress e noi continuiamo a tirare i fili, anche mentre ci facciamo le guerre e spendiamo per le armi, come se la sicurezza fosse solo una questione di forza e non anche di abitabilità; eppure la forza più urgente oggi è quella di ricucire, di mettere in sicurezza, di adattare, di ridurre le vulnerabilità prima che diventino tragedie. Manzoni scriveva “Ai posteri l’ardua sentenza”, ma i posteri, ormai, non sono un’idea comoda a cui delegare: siamo noi, in questo gennaio che sembra interminabile, chiamati a decidere che cosa intendiamo per protezione e che valore diamo a una casa, a una strada, a una comunità. E se ti sembra che non ci sia tregua, prova a pensare che la tregua non arriva da sola, si costruisce, con scelte politiche e quotidiane, con prevenzione, con cura, con l’umiltà di cambiare rotta; e allora la frase che resta non è un incantesimo, è un impegno: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, non perché le stelle cancellino il fango, ma perché ricordano che si esce insieme solo se si smette di tirare la trama fino allo strappo.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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