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Quando mangiare era rito, non corsa

16 ottobre: Giornata mondiale dell’alimentazione

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

C’era un tempo in cui la cucina non era un angolo, ma il cuore pulsante della casa, dove le ombre danzavano al lume e i profumi parlavano più della voce. Le grandi stanze ospitavano tavolate familiari che si riunivano per pranzo e cena, intessendo conversazioni, legami, silenzi. All’opposto, oggi la cucina si riduce spesso a un’ “angolo cottura”, un banco in cui si riscaldano piatti pronti, e i pasti veloci fuori casa sono diventati la norma. Nella civiltà contadina, ogni aspetto del cibo era un rituale: dalle semine alle raccolte, dalle conserve all’ “ospite che arrivi”. Prima di consumare il pasto, si recitava una preghiera di ringraziamento; scartare residui era gesto quasi inconcepibile, poiché ogni scarto era materia da riciclare o compostare. La memoria storica della Sicilia, della Calabria o della Toscana trabocca di pietanze che trasformano la semplicità in sapore, e che nascono dal rispetto e dalla necessità. Con il XX secolo, l’industrializzazione e la modernità hanno ridefinito il rapporto con il cibo. Il boom economico, l’urbanizzazione e nuovi ritmi hanno trasferito il centro della vita domestica: dal focolare alla fermata della metro. I supermercati hanno colonizzato le abitudini alimentari, offrendo cibi preconfezionati, pronti da consumare, spesso ricchi di zuccheri e grassi. L’evoluzione è accelerata dall’urbanizzazione, dai ritmi di lavoro, dalla comodità che diventa trappola. In Italia, negli ultimi quindici anni, il consumo di alimenti ultra‑processati è aumentato: pur rappresentando solo circa il 6% in peso del cibo consumato, essi contribuiscono a circa il 23% dell’apporto energetico giornaliero. Eppure, c’è un ritorno alla riflessione. Nel 2024, in Italia, si è registrato un aumento del consumo di verdure, dal 39% al 44%, e una crescita del 31% nei legumi rispetto all’anno precedente. Il cambiamento non è solo nutrizionale: è culturale. Un sondaggio Demos‑Fondazione Barilla rileva che il 50% degli italiani ritiene che le abitudini alimentari cambieranno profondamente nei prossimi dieci anni per ragioni ambientali, economiche e digitali. Nella letteratura, il cibo è spesso simbolo di comunità o tensione. In La coscienza di Zeno, Svevo descrive la cena come un momento critico fra desiderio e colpa. In Furore di Steinbeck, i pasti diventano drammatici, testimonianza di carestia e dignità. Nei film, Eat Drink Man Woman di Ang Lee mostra come il convivio familiare racconti le relazioni di una famiglia taiwanese, e come i rituali del pasto si incrinino con la modernità.  In pittura, i banchetti rinascimentali, da Paolo Veronese al Convito in casa Levi, evocano abbondanza, sacralità e dimensione comunitaria. Cosa ci insegna questo passaggio? Che il cibo è lingua: parla di identità, di legame, di memoria. Abbassa il rumore del giorno e avvicina le persone. E oggi, quando il tempo è rubato, ogni gesto attorno al piatto recupera potere. Scegliere un ingrediente locale, cucinare insieme, consumare seduti alla stessa tavola, sono conquiste quotidiane contro la disumanizzazione della fretta. Dobbiamo ricordare che l’alimentazione non è solo nutrimento del corpo, ma nutrimento dell’anima. Riscoprire il rito del pasto è un atto di resistenza contro la disattenzione globale. Che la cucina non diventi un angolo anonimo, ma resti stanza della vita.

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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