di Tiziana Mazzaglia
Lo sport dovrebbe unire, non dividere. Dovrebbe essere una celebrazione di talento, passione e spirito di squadra. E invece, ancora una volta, è stato teatro di violenza. Domenica scorsa, al termine della partita tra il Pistoia Basket e la Sebastiani Rieti, un evento sportivo si è trasformato in tragedia: un pullman con i tifosi pistoiesi è stato aggredito con pietre e mattoni, e in quell’assalto insensato ha perso la vita Raffaele Marianella, uno dei due autisti, colpito alla trachea da un sasso. Questo episodio, che dovrebbe far riflettere profondamente istituzioni e società civile, è l’ennesima dimostrazione di come il fanatismo sportivo travalichi troppo spesso i confini del tifo, sfociando nell’odio. Marianella, un lavoratore che stava semplicemente facendo il suo dovere, è morto per una partita di basket. E questo non è solo assurdo, è inaccettabile. Lo sport nasce per unire, per insegnare valori come il rispetto, la lealtà, la solidarietà e la resilienza. Come scriveva Nelson Mandela: «Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare, di unire le persone come poche altre cose possono fare». Ma quando il risultato di una competizione genera rabbia cieca, vendetta, aggressività e morte, allora abbiamo tradito il senso stesso dello sport. Le vittorie e le sconfitte fanno parte del gioco, e vanno vissute con maturità. I veri sportivi lo sanno: si vince insieme e si perde insieme. Il rispetto per l’avversario è parte integrante dell’etica sportiva. È ora che anche il tifo, le curve, gli ultras, i simpatizzanti, tutti, imparino questa lezione. Serve una presa di posizione chiara e forte da parte delle federazioni, delle squadre, dei media e delle scuole. Lo sport deve essere educazione, non campo di battaglia. Dobbiamo riportare i valori al centro. E forse, da ogni tragedia, può nascere un impegno nuovo. In memoria di Raffaele Marianella, che ha pagato con la vita l’irragionevolezza di pochi. Perché nessuna partita dovrebbe mai finire così.
