di Tiziana Mazzaglia
Per molto tempo la storia è stata raccontata da un solo punto cardinale: il Nord. Nord del mondo significava sviluppo, tecnologia, potere; Sud significava povertà, dipendenza, bisogno di aiuto. Ma da decenni si va affermando un’altra narrazione: quella di un Sud che dialoga, collabora, si organizza. Fin dagli anni Cinquanta, con la Conferenza di Bandung, i paesi appena usciti dal colonialismo – in Asia, Africa, America Latina – iniziano a immaginarsi come blocco politico. Non più solo destinatari di aiuti, ma soggetti capaci di costruire alleanze. Nasce il Movimento dei Paesi Non Allineati, poi vari forum di cooperazione tra stati del Sud globale. La Cooperazione Sud-Sud significa questo: scambio di tecnologie appropriate, formazione, progetti comuni tra paesi che condividono problemi simili – agricoltura, urbanizzazione, istruzione, sanità – ma anche risorse preziose. Un paese può aiutare un altro con competenze che ha sviluppato in condizioni ambientali e sociali analoghe. La sociologia dello sviluppo sottolinea come questo tipo di cooperazione possa ridurre rapporti di dipendenza tradizionali, dove l’aiuto del Nord era spesso legato a condizioni economiche e politiche. Qui l’idea è diversa: costruire partnership orizzontali, non rapporti verticali. Dal punto di vista simbolico, è un cambio di sguardo potente: il Sud non è più solo la parte mancante del puzzle, ma una fonte di innovazione – energie rinnovabili adattate, agricoltura resiliente, forme di economia comunitaria. La Giornata della Cooperazione Sud-Sud ci invita, anche da osservatori europei, a uscire da una visione paternalistica. Non esistono solo “donatori” e “beneficiari”: esistono popoli e paesi che imparano gli uni dagli altri, in entrambe le direzioni. In un mondo interdipendente, lo sviluppo non può essere un monologo.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
