di Tiziana Mazzaglia
C’è un momento, negli ultimi anni, in cui quasi tutti ci siamo riconosciuti: apri una finestra, senti l’aria calda come fosse agosto anche quando non dovrebbe, oppure guardi il cielo che cambia umore in un’ora e scarica acqua con una violenza che una volta chiamavamo “eccezionale” e oggi, con un brivido, definiamo “possibile”. È da lì che nasce la domanda più difficile, perché è emotiva prima che scientifica: stiamo andando verso una fine imminente? La scienza, quando è ben raccontata, non risponde con un sì o un no drammatico; risponde con un quadro, con numeri, con probabilità, con contesti. E il quadro dice questo: non è “la fine del mondo domani”, ma è un mondo già diverso da quello su cui abbiamo progettato case, città, campi e abitudini. Lo si capisce entrando nei dati come si entra in una stanza: con rispetto e senza bisogno di urlare. La World Meteorological Organization (WMO), nel rapporto “State of the Global Climate 2024”, conferma che il 2024 è stato l’anno più caldo del record osservativo moderno, con una temperatura media globale stimata a 1,55 °C ± 0,13 °C sopra il livello preindustriale (1850–1900). Copernicus Climate Change Service (C3S) ed ECMWF aggiungono un dettaglio che suona quasi narrativo, perché parla di continuità: il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, a un soffio dal 2023 e non lontano dal 2024, a indicare che non stiamo vivendo una “parentesi”, ma una traiettoria. E sempre Copernicus osserva che nel 2024 undici mesi e circa il 75% dei giorni dell’anno hanno superato, su base giornaliera, la soglia di 1,5 °C sopra il livello preindustriale, un dato che aiuta a capire perché la percezione collettiva sia quella di un’accelerazione. È qui che la narrazione cambia tono: non perché diventa apocalittica, ma perché diventa concreta. Quando il “fondo” del sistema si scalda, il meteo quotidiano non smette di esistere, però gioca una partita su un campo diverso. È come in certi film in cui il paesaggio è lo stesso, ma l’aria è cambiata e i personaggi se ne accorgono dai dettagli; non serve il colpo di scena, basta il contorno. La fisica dell’atmosfera spiega perché questo nuovo contorno può produrre più estremi: aria più calda può contenere più vapore acqueo, e l’IPCC (Sesto Rapporto di Valutazione, AR6, Gruppo di lavoro I) descrive come l’umidità specifica aumenti con la temperatura (una regola pratica spesso citata è circa il 7% per ogni grado di riscaldamento se l’umidità relativa resta simile), rendendo disponibile più “carburante” per precipitazioni intense quando si innescano le condizioni giuste. Nella “Sintesi per i decisori” dell’IPCC (AR6 Synthesis Report), la frase che andrebbe appesa nelle redazioni per evitare sia il negazionismo sia il sensazionalismo è questa, in sostanza: con l’aumento del riscaldamento aumentano, in molte regioni, sia la probabilità sia l’intensità degli estremi di caldo e degli eventi di precipitazione intensa; non è una profezia, è il modo in cui un sistema più caldo ridistribuisce energia e acqua. E così si spiega quella sensazione che manda in corto circuito la mente: “più caldo” e “piogge torrenziali” non sono opposti, sono spesso due facce dello stesso meccanismo. Il Mediterraneo, poi, rende tutto più visibile, quasi teatrale, perché è un bacino dove il mare può accumulare calore e restituirlo all’atmosfera, e perché i nostri territori reagiscono in fretta: bacini piccoli e ripidi, coste lunghe, versanti fragili, urbanizzazioni che hanno ridotto suoli permeabili. È qui che la storia italiana entra in scena con i suoi numeri nazionali: ISPRA ha comunicato che il 2024 è stato in Italia l’anno più caldo della serie storica, con anomalia della temperatura media di +1,33 °C rispetto al 1991–2020 e della temperatura massima di +1,40 °C. Detto così non fa rumore, ma è un cambiamento di contesto enorme, perché incide su salute, energia, agricoltura, ecosistemi. E infatti la salute è uno dei modi più onesti di parlare di clima senza scivolare nel pessimismo: non perché sia “meno grave”, ma perché fa vedere quanto l’esito dipenda anche da prevenzione e organizzazione. Nel “Rapporto HHWWS – Estate 2025” del Ministero della Salute (sorveglianza ondate di calore), viene indicato che l’estate 2025 ha avuto un’anomalia positiva della temperatura massima di +1,72 °C rispetto alla media climatica 1991–2020; e viene riportato come la mortalità estiva vari sensibilmente tra anni, con un incremento del +15% nel 2022, valori vicini all’atteso nel 2024 e inferiori all’atteso nel 2025, a ricordarci che l’impatto non è una condanna automatica: dipende anche da misure, allerta, reti sociali, cure, comportamenti. Quando ci chiediamo “arriveremo a 50 gradi?”, spesso stiamo cercando un simbolo, una cifra che rappresenti la paura; ma la scienza è più utile quando sposta l’attenzione dalla cifra al profilo: durata delle ondate, umidità, notti calde, vulnerabilità. Le città, con l’isola di calore urbana, possono trasformare una giornata difficile in una settimana estenuante, e qui l’adattamento diventa un verbo quotidiano, non uno slogan. Sulle piogge, la narrazione efficace non è “piove sempre di più”, ma “piove in modo diverso”: meno giorni, talvolta, e più intensità quando arriva. Il CMCC (Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), presentando proiezioni ad alta risoluzione per l’Italia, descrive una diminuzione della frequenza di eventi di precipitazione oraria e un aumento della loro intensità su gran parte del territorio, richiamando anche l’aumento osservato di eventi estremi; tradotto: la stessa quantità d’acqua, o anche meno in totale, può cadere in poche ore e diventare un problema perché trova suoli compatti, tombini insufficienti, alvei stretti, costruzioni in aree esposte. Qui la storia cambia di nuovo: non è più il racconto dell’atmosfera, è il racconto del rapporto tra natura e scelte umane. Un temporale è un temporale; un’alluvione disastrosa è spesso un temporale più vulnerabilità. E questa distinzione è la chiave per non sentirsi schiacciati: se l’evento non lo controlliamo, la vulnerabilità sì, almeno in parte. È anche il modo più sobrio per parlare di coste, mareggiate, “maremoti” usati spesso come parola ombrello. I grandi tsunami sono legati soprattutto a dinamiche geologiche, ma l’innalzamento del livello del mare e l’aumento del calore oceanico possono rendere più impattanti le mareggiate e gli storm surge, perché l’acqua parte da un livello medio più alto e l’energia disponibile può essere maggiore; nei report WMO sullo stato del clima, lo stato degli oceani e del livello del mare è tra gli indicatori che segnalano tendenze rilevanti per gli impatti costieri. E se allarghiamo lo sguardo all’Europa, il 2024 ci offre un capitolo istruttivo: l’“European State of the Climate 2024” (Copernicus/ECMWF) indica che le inondazioni sono state le più diffuse dal 2013, con il 30% della rete fluviale europea oltre la soglia di piena “alta” e il 12% oltre la soglia “severa”, e riporta almeno 335 vittime e circa 413.000 persone colpite tra tempeste e alluvioni; numeri che non servono a spaventare, ma a ricordare che l’adattamento non è un vezzo, è protezione civile. In mezzo a questi dati, la nostra mente cerca storie e immagini. È normale. E il cinema, se usato con misura, può diventare una bussola emotiva: The Day After Tomorrow è un grande esercizio di spettacolo sull’idea del collasso improvviso, ma la realtà climatica è raramente “tutto in pochi giorni”; è più spesso una progressione che aumenta rischi e stress, e che rende più frequenti certe combinazioni pericolose. Don’t Look Up, pur parlando di un’altra minaccia, racconta bene la trappola sociale in cui cadiamo davanti a un rischio: o lo neghiamo per non soffrire, o lo trasformiamo in panico sterile; la terza via, quella adulta, è agire con lucidità. E Blade Runner, con la sua atmosfera opprimente, ci ricorda che una città non diventa inospitale per un unico evento, ma per una somma di scelte mancate: ombra assente, drenaggi insufficienti, energia fragile, verde ridotto, spazi che non assorbono più nulla. E allora, invece di fissarci sul finale, ha più senso chiederci dove si può intervenire nel mezzo. È qui che arriva la frase forse più importante e meno cinematografica di tutte: ogni decimo di grado conta. L’IPCC insiste sul fatto che traiettorie diverse di emissioni portano a livelli diversi di riscaldamento e quindi a rischi diversi; non esiste un destino unico, esistono scenari che dipendono dalle scelte collettive. Questo messaggio è scientifico e, paradossalmente, è anche il meno allarmistico perché restituisce agency: ridurre le emissioni significa limitare la quantità di riscaldamento che consegniamo ai decenni successivi; adattarsi significa ridurre la vulnerabilità adesso, perché parte degli estremi è già più probabile nel clima attuale. E l’adattamento, in Italia, non è un concetto astratto: è manutenzione di reticoli idrici e versanti, pianificazione urbana che restituisca permeabilità ai suoli, ombreggiamento e raffrescamento passivo per ridurre stress termico, reti elettriche più robuste per picchi estivi, prevenzione incendi, comunicazione delle allerte chiara e non urlata. Anche per la natura vale la stessa logica: dire “moriranno gli animali e non ci saranno più frutti” è una paura comprensibile, ma la fotografia scientifica è più utile quando parla di vulnerabilità specifiche, soglie fisiologiche, habitat che si spostano, rischi per sistemi alimentari, e contemporaneamente di strategie di adattamento, dalla gestione dell’acqua alla cura dei suoli, dalla tutela delle aree umide alla selezione varietale; l’IPCC (AR6, Gruppo di lavoro II, Impatti, Adattamento e Vulnerabilità) descrive impatti già osservati e sottolinea che le scelte di adattamento e mitigazione influenzano l’entità dei rischi futuri. A questo punto, la storia può chiudersi senza una morale retorica e senza pessimismo, perché la conclusione è sobria: sì, il clima sta cambiando e rende più probabili caldo estremo e precipitazioni intense; sì, l’Italia è vulnerabile per ragioni climatiche e territoriali; ma no, non siamo obbligati a raccontarla come apocalisse. Il racconto più scientifico è quello che mette in ordine i livelli: i dati globali, i trend europei, le misure italiane, i meccanismi fisici che spiegano perché può esserci più energia e più umidità, e infine la parte più concreta di tutte, quella che spesso manca: che cosa rende un evento un disastro e come si riduce quella vulnerabilità. Se il cinema ci ha insegnato a temere il “finale”, la scienza ci sta insegnando a lavorare sui “capitoli”: perché agire bene non cancella la trama, ma cambia i numeri; e cambiare i numeri, in un Paese di montagne e coste, significa proteggere case, città, animali, raccolti e, soprattutto, la possibilità di continuare a vivere senza sentirsi ogni giorno sull’orlo di un precipizio.
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