di Tiziana Mazzaglia
La festa arriva sempre prima del calendario. La senti nell’aria, nelle vetrine che brillano come promesse, nelle cucine che cominciano a parlare a bassa voce: un brodo che sobbolle, una teglia che attende, un profumo di spezie che sa di “ritorno”. E quando finalmente ci sediamo a tavola, non è mai solo una tavola. È un palcoscenico di memoria, un altare domestico, un rito che si ripete da così tanto tempo che il corpo lo riconosce prima ancora della mente. Ci abbuffiamo perché la festa, da secoli, è l’eccezione. È la fessura luminosa nel muro dei giorni normali. Un tempo la vita era più dura, più stretta, più stagionale: si lavorava, si risparmiava, si aspettava. E quando arrivava la ricorrenza — Natale, un santo, un raccolto, un matrimonio — l’abbondanza diventava un segno: “Siamo vivi. Abbiamo attraversato l’inverno. Possiamo permetterci il dolce, la carne, il vino buono”. Il cibo non era solo cibo: era un linguaggio che diceva prosperità, protezione, gratitudine. Era una bandiera piantata nella terra del quotidiano: oggi non si misura, oggi si offre. E questa grammatica antica è rimasta dentro di noi, anche se i frigoriferi sono pieni tutto l’anno e i supermercati non conoscono carestie. La festa continua a chiedere un gesto concreto. La gioia, per essere creduta, deve diventare materia: deve avere una crosta dorata, un ripieno, una glassa. Deve lasciare tracce sul tavolo e sulle mani. Non basta “stare bene”: bisogna farlo vedere, farlo sentire, farlo passare di piatto in piatto, come si passano le benedizioni. Poi c’è la famiglia, che durante le feste è una casa e insieme un labirinto. Ci ritroviamo con persone che ci hanno visto piccoli e persone che ci vedono ancora così, anche se abbiamo trent’anni di vita addosso. Ci sono sedie vuote che pesano più di un piatto pieno. Ci sono frasi che scivolano tra un brindisi e l’altro e diventano aghi: “Come sei dimagrita”, “Mangia, che sei pallida”, “Ancora non…?”, “Allora, novità?”. In quel miscuglio di tenerezza e spigoli, il cibo fa da mediatore. È il modo più facile per amare senza parlare troppo e per non sentire troppo. È un analgesico gentile: ti occupa la bocca mentre il cuore sistema le sue cose. Ecco perché spesso non mangiamo per fame. Mangiamo per bisogno. Un bisogno che non sempre sa dire il suo nome. C’è una fame che è stanchezza: dormiamo meno, corriamo di più, ci vestiamo bene e ci tratteniamo. C’è una fame che è ansia: la festa come prova generale della felicità, la casa che deve essere perfetta, la tavola che deve sembrare un quadro, noi che dobbiamo essere “all’altezza”. C’è una fame che è nostalgia: assaggiamo per ritrovare qualcuno che non c’è più, perché certi sapori e profumi sono chiavi e aprono porte che la memoria da sola non riesce ad aprire. E c’è una fame che è solitudine: anche in mezzo agli altri, anche con la casa piena. Il corpo, davanti a tutto questo, sceglie scorciatoie. I dolci e i carboidrati sono carezze rapide: promettono una tregua, un piccolo sole chimico, un minuto di pace. E non è un difetto morale. È una risposta umana, antichissima: quando l’emozione sale, il corpo cerca di abbassarla come può. In più, la festa ci concede una licenza speciale, quasi religiosa: “Dai, è solo per questi giorni”. È la parentesi in cui sospendiamo le regole e, sospendendole, sentiamo il brivido di essere liberi. Il problema è che la libertà, quando ha paura di finire, diventa accumulo. E allora ecco il bis “perché poi da domani”, e poi un altro “tanto ormai”, e l’ultimo che non è mai l’ultimo. Non è ingordigia: è la mente che ragiona in bianco e nero. O perfetti o perduti. E in quel teatro emotivo, un piatto in più sembra una scena innocente. Intanto, il ritmo del corpo non coincide con il ritmo della tavola. La sazietà è una lettera lenta, arriva quando la musica è già partita. Parliamo, ridiamo, brindiamo, ci alziamo, torniamo, spezzettiamo il pasto in mille piccoli assaggi. Il cervello riceve segnali confusi, e il piacere — quando è distratto — chiede quantità invece che presenza. Così si mangia senza accorgersene, come si ascolta una canzone senza sentirla davvero. E poi, come sempre, arriva la seconda parte della storia: il giorno dopo. Lo sguardo severo. Il conteggio. Il senso di colpa che pretende penitenza. Ma la festa non è un tribunale, e il corpo non è un nemico. Se c’è una cosa che la tradizione ci insegna davvero è che la festa è cura, non guerra. Che la tavola serve a unire, non a punire. Che l’abbondanza era un simbolo di vita, non un’arma contro di noi. Forse il punto non è “mangiare meno”, ma mangiare con più verità. Con più verità significa scegliere ciò che conta: quel dolce che sa di infanzia, quella ricetta che non si fa mai, quel vino buono che merita lentezza. Significa sedersi e assaporare, perché il piacere sentito sazia più del piacere inghiottito. Significa non trasformare un pranzo in un destino: un pasto è un episodio, non un fallimento. E soprattutto significa mettere un’àncora nel caos: un bicchiere d’acqua in più, una passeggiata breve, un orario di sonno meno fragile. Piccole cose che dicono al corpo: “Ci sono, ti ascolto”. E se qualcuno insiste — “Assaggia, dai” — possiamo rispondere senza ferire e senza cederci: “È buonissimo, ma sono già a posto”. “Me lo godo domani”. “Grazie, davvero”. Anche questo è folclore: imparare le formule che proteggono la pace. Perché, in fondo, la domanda non è solo “Perché ci abbuffiamo?”. La domanda vera è: che cosa stiamo cercando di celebrare, e che cosa stiamo cercando di addolcire? Durante le feste il cibo rappresenta tutto ciò che ci manca e tutto ciò che speriamo. È il gesto più antico dell’amore: nutrire. E se a volte esageriamo, spesso non è perché siamo deboli, ma perché siamo pieni — pieni di ricordi, di aspettative, di presenze e assenze — e non sappiamo dove mettere quel troppo. Allora forse la strada è questa: restituire alla festa il suo senso originario. Farle tornare il respiro. Ricordare che la tavola è un luogo, non una gabbia. Che il cibo è una lingua, non una sentenza. E che la gioia, per essere vera, non ha bisogno di straripare: può anche stare in un boccone piccolo, mangiato lentamente, mentre guardiamo negli occhi qualcuno e, senza dirlo, ci diciamo: “Siamo qui. Ancora. Insieme”.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
