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di Tiziana Mazzaglia
Nel celebre film del neorealismo Pane, amore e fantasia (1953), la felicità si costruiva con poco: un pasto semplice, un sentimento autentico, e la capacità di sognare. Oggi viviamo in un’epoca di abbondanza: supermercati pieni, cucine globalizzate, delivery a ogni ora. Eppure, paradossalmente, sembriamo più affamati di senso, più poveri di affetti, più spenti nella creatività. Il filosofo Epicuro scriveva: «Nulla è sufficiente a chi non basta ciò che è sufficiente». In altre parole, quando smettiamo di apprezzare la semplicità, nulla può davvero appagarci. Oggi abbiamo perso il gusto della lentezza, del desiderio che cresce nel tempo, dell’attesa che nutre la fantasia. Nietzsche osservava: «Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come». Ma in un mondo che ha sostituito il “perché” con il “quanto”, anche l’amore diventa consumo, e la fantasia un algoritmo. Il cibo ci sazia, ma non ci unisce; la tecnologia ci connette, ma non ci scalda. Forse, dovremmo tornare all’essenziale. Come scrisse Antoine de Saint-Exupéry ne Il piccolo principe: «L’essenziale è invisibile agli occhi». Pane, amore e fantasia non erano solo un titolo poetico, ma un invito eterno: a ritrovare l’umano in ciò che oggi diamo per scontato.
