di Tiziana Mazzaglia
Le luci si sono spente insieme, come si erano accese. Alice ed Ellen Kessler, le gambe lunghissime della tv del dopoguerra, i sorrisi speculari che hanno illuminato i palchi europei dagli anni ’60 in poi, hanno scelto di lasciare la scena nello stesso istante, a 89 anni, nella loro casa di Grünwald, vicino a Monaco. Secondo la ricostruzione dei media tedeschi e italiani, le due sorelle si erano rivolte da tempo alla “Società tedesca per una morte umana”, programmando un suicidio assistito nel pieno rispetto della normativa tedesca: il 17 novembre 2025, affiancate da un medico e da un legale, hanno assunto una dose letale di farmaco, addormentandosi per non svegliarsi più. Avevano stabilito anche il dopo: cremazione e un’unica urna per accogliere le loro ceneri, accanto a quelle della madre e del cane Yello. Perché, ancora una volta, non volevano essere separate. Dietro il gesto, raccontano le cronache, c’era la paura della non autosufficienza: un ictus recente, problemi cardiaci, il timore di finire in una casa di riposo, lontane dal controllo sulla propria vita. Ma sotto la cronaca, c’è qualcos’altro che colpisce con forza: l’idea di un rapporto tanto stretto da rendere impensabile un’esistenza dell’una senza l’altra. Un legame che interroga non solo la morale, ma anche la psicologia. I gemelli monozigoti vengono spesso descritti come “due persone, un solo racconto di vita”. Condividono il patrimonio genetico, una storia di crescita comune, lo sguardo degli altri che li percepisce, e li nomina, sempre al plurale. In questo contesto, la relazione tra gemelli non è solo vicinanza: è un sistema identitario. Gli psicologi parlano di una particolare forma di attaccamento “orizzontale”: non più solo dalla madre al bambino, ma tra coetanei che diventano reciproco rifugio e sostegno emotivo. Tale relazione può trasformarsi in una simbiosi prolungata, in cui l’immagine di sé si costruisce sempre in relazione all’altro gemello. Uno dei nodi centrali, nella letteratura psicologica, è proprio la fatica di differenziarsi: crescere come individuo distinto, pur restando parte di una coppia inscindibile. Alcuni studi sottolineano come nei gemelli monozigoti l’autostima sia spesso legata non solo a ciò che si è, ma a come si è in relazione al proprio gemello; il “noi” precede l’“io”, e a volte lo inghiotte. Nel caso delle Kessler, questa dialettica tra unità e differenza è stata vissuta alla luce dei riflettori: corpo di ballo, canzoni, coreografie studiate per esaltare la loro perfetta simmetria. Il mondo le ha amate proprio perché “uguali”, quasi intercambiabili. È legittimo chiedersi quanto, nel corso di una vita, questa immagine pubblica abbia contribuito a consolidare anche un’immagine privata: se tutti ti vedono come “una sola cosa”, quanto è difficile percepirsi davvero separata?In psicologia si parla di “relazione simbiotica” quando due persone diventano talmente dipendenti l’una dall’altra da sentirsi mutilate al pensiero della separazione. Non si tratta solo di affetto intenso, ma di un intreccio identitario profondo: l’altro non è più semplicemente “una persona amata”, ma quasi una parte del proprio sé. Nel legame gemellare questo rischio è amplificato: la somiglianza fisica, la storia condivisa, la costante percezione sociale come “coppia” possono favorire una fusione che rende la separazione, anche solo immaginata, una sorta di piccolo annientamento. Così, la prospettiva che una delle due Kessler potesse ammalarsi più gravemente, perdere autonomia o lucidità prima dell’altra, poteva significare, sul piano psicologico, più di un “normale” lutto tra sorelle: la frattura di un’unità percepita come indivisibile. Dal punto di vista clinico, alcuni psicoterapeuti sottolineano che, in certe coppie di gemelli, il lutto per la perdita del co-gemello è tra le esperienze più devastanti che si possano vivere: non solo si perde un affetto, ma anche un pezzo della propria identità narrativa, quella storia in cui il pronome “noi” è stato dominante per decenni. Nel loro caso, la scelta di morire insieme è stata presentata, e vissuta, a quanto emerge dalle testimonianze: come un modo per restare “pari” fino alla fine: stesso giorno, stesso gesto, stessa urna. Una simmetria che commuove e inquieta, e che parla del bisogno umano di mantenere coerenza nella propria storia personale, anche nel modo di morire. È facile cedere alla tentazione di trasformare questa vicenda in una sorta di romanzo esistenziale perfetto: nate insieme, famose insieme, morte insieme. Ma la psicologia ci invita alla prudenza. Da un lato c’è il tema dell’autodeterminazione: nella cultura contemporanea cresce l’idea che la “buona morte” sia quella scelta, pianificata, coerente con i propri valori. Nel caso delle Kessler, la decisione sembra intrecciarsi con una lunga riflessione: il ricorso programmato al suicidio assistito, la scelta dell’organizzazione, delle modalità, della data. Dall’altro lato, però, c’è il rischio di idealizzare un gesto che nasce anche dalla paura: paura della dipendenza, della fragilità, della perdita di controllo, della solitudine, dell’asimmetria improvvisa in una vita vissuta sempre “al passo”. Alcuni psicologi ricordano che, nelle relazioni molto simbiotiche, l’idea di “non pesare sull’altro” può mascherare un dolore profondo, un senso di impotenza o di vergogna di fronte al declino fisico. In età avanzata, la depressione del grande anziano è spesso sottovalutata, e il confine tra scelta lucida e disperazione silenziosa non è sempre evidente. Il problema, allora, non è giudicare dall’esterno se la loro sia stata una decisione “giusta” o “sbagliata” – giudizio che appartiene più all’etica, al diritto, alla coscienza personale – ma riconoscere la complessità psicologica di un gesto che non è solo libertà, né solo fuga, ma un intreccio, delicatissimo, di entrambe. La storia delle gemelle Kessler tocca corde profonde perché parla di questioni che riguardano tutti: il modo in cui costruiamo la nostra identità, il timore di diventare fragili, il bisogno di essere visti e riconosciuti, la paura di morire da soli. Nella loro scelta c’è qualcosa di radicalmente umano: la volontà di decidere non solo come vivere, ma anche come salutarsi, come mantenere fedeltà a un patto biografico che le ha legate dalla culla alla tomba. Eppure, allo stesso tempo, la loro vicenda ci interroga su ciò che resta di noi quando il corpo si indebolisce: possiamo essere ancora degni, ancora amati, ancora “noi”, anche quando non siamo più autonomi, né simmetrici, né perfetti? Possiamo pensare la vita come valore anche nel disordine dell’asimmetria finale, quando uno resta e l’altro se ne va?Forse la domanda più onesta che la psicologia ci suggerisce è questa: come accompagnare le persone – gemelle o no – a costruire legami così profondi da non sentirsi mai davvero sole, ma anche identità abbastanza solide da non sentirsi annientate se l’altro, un giorno, deve andare via? Raccontare la storia delle Kessler non significa in alcun modo proporre il suicidio assistito come risposta al dolore, né come modello da imitare. È il tentativo di comprendere, con rispetto, il dramma umano che può nascondersi dietro una scelta estrema. Se questo tema ti tocca da vicino, se ti accorgi che pensieri di morte, di fuga o di “non farcela più” stanno diventando insistenti, parlarne con qualcuno è fondamentale: un medico, uno psicologo, una persona di fiducia. E in caso di emergenza o pericolo immediato, è sempre importante contattare subito i servizi di emergenza del proprio Paese. Non sei sola, e chiedere aiuto è sempre un atto di coraggio, mai di debolezza.
