di Tiziana Mazzaglia
Ci piace chiamarla “ormone dell’amore” perché abbiamo bisogno di una parola semplice per spiegare ciò che ci rende umani, ma l’ossitocina, come certi personaggi dei romanzi, è più ambigua di quanto sembri: illumina il volto quando ci fidiamo, e allo stesso tempo può rafforzare i confini di una piccola patria emotiva, quel “noi” che a volte diventa rifugio e altre volte diventa muro. Nella psicologia dell’attaccamento l’essere umano impara presto che la vicinanza calma il sistema interno di allarme: Bowlby descriveva la ricerca di una “base sicura” come un bisogno primario (Bowlby, 1969/1982), e Ainsworth lo mostrò con gesti minimi ma decisivi, quei passi avanti e indietro tra esplorazione e ritorno che raccontano più di mille promesse (Ainsworth et al., 1978). Eppure ciò che calma non è sempre ciò che rende migliori: ci sono giorni in cui un abbraccio ci fa vedere l’altro con occhi più gentili, e altri in cui la stessa chimica ci spinge a proteggere soltanto il nostro cerchio, come se l’affetto fosse una coperta corta. Lo si nota perfino nei social: basta una parola, una bandiera, una playlist condivisa, e ci sentiamo improvvisamente “a casa”, con quella certezza calda che somiglia a un canto antico; ma proprio lì, nel calore, nasce il rischio di confondere la fiducia con l’appartenenza, e l’appartenenza con la verità. La letteratura ci avverte da sempre che la tribù può diventare tempesta: dal gruppo che si chiude in Il signore delle mosche di Golding alle piazze morali dove l’empatia vale solo per chi “somiglia”. Il cinema lo ripete in mille storie: la tenerezza è spesso la porta d’ingresso della lealtà cieca. Forse l’ossitocina è il promemoria chimico che la cura esiste, ma anche che la cura va educata: perché l’amore non è solo ciò che proviamo, è anche ciò che decidiamo di non fare agli altri quando siamo spaventati.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
