di Tiziana Mazzaglia
Lo sport non è solo competizione, non è solo medaglie e podi. È prima di tutto inclusione, crescita personale, scoperta dei propri limiti e delle proprie risorse. Per gli adolescenti con disabilità, l’attività sportiva rappresenta molto di più: è una possibilità di esprimersi, di essere visti per ciò che sono e non per ciò che manca. Numerosi studi, tra cui uno pubblicato sul Journal of Physical Activity and Health, confermano che lo sport migliora l’autostima, le relazioni sociali e il benessere psicologico nei giovani con disabilità. Partecipare ad attività fisiche aiuta a ridurre l’isolamento e a rafforzare l’identità in una fase delicata come l’adolescenza. In Italia, esempi virtuosi non mancano: il Comitato Italiano Paralimpico sostiene progetti per integrare giovani con disabilità nelle discipline sportive sin dai primi anni. Storie come quella di Bebe Vio o Alex Zanardi, pur essendo eccezionali, dimostrano che lo sport può essere un motore di resilienza. Ma non serve arrivare alle Paralimpiadi per vivere i benefici dello sport. Una partita di basket in carrozzina, una sessione di nuoto adattato, un’escursione con supporto motorio sono esperienze che cambiano la percezione di sé. Perché, come ha detto Nelson Mandela, «lo sport ha il potere di cambiare il mondo». È fondamentale che la scuola, le famiglie e le istituzioni lavorino insieme per abbattere le barriere architettoniche e culturali. L’inclusione passa anche per una palestra accessibile, un istruttore formato, una squadra pronta ad accogliere senza pregiudizi. Lo sport dà voce e corpo ai sogni. E ogni adolescente, con o senza disabilità, ha il diritto di sognare correndo verso un traguardo, qualsiasi esso sia.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
