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L’Italia: quando l’UNESCO mette il grembiule

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Il 10 dicembre 2025, a Nuova Delhi, l’UNESCO ha riconosciuto la cucina italiana come patrimonio culturale immateriale, e la notizia ha il sapore delle cose “ovvie” solo dopo che qualcuno le ha nominate: non viene consacrato un piatto, ma un sistema di pratiche, rituali e saperi che va dalla spesa al racconto, dalla tavola alle mani. Reuters ha sottolineato che l’UNESCO ha valorizzato una cultura culinaria regionale e plurale (dall’ossobuco lombardo alle orecchiette pugliesi) e che l’iniziativa italiana era stata avviata nel 2023; AP e Guardian hanno rimarcato che l’attenzione è per la dimensione sociale del cibo, per il pranzo come luogo di legame e cura, per la trasmissione generazionale dei gesti (il tortellino piegato con pazienza, la salsa “aggiustata” a occhio, il pane usato per non sprecare). Nel linguaggio della sociologia, il cibo è un collante: Émile Durkheim descriveva i rituali come macchine di coesione, e qui la “religione” è laica e quotidiana, fatta di sedie spostate e bicchieri riempiti; la psicologia, invece, ci ricorda che la memoria si appoggia ai sensi, e un odore può aprire una stanza interiore più in fretta di una fotografia. C’è anche un lato economico: Reuters riporta stime di analisti secondo cui il riconoscimento potrebbe incrementare il turismo (si parla di +8% in due anni e di 18 milioni di pernottamenti aggiuntivi come ipotesi di scenario), ma il punto più interessante per un articolo non è il conto, è la domanda: cosa proteggiamo davvero quando proteggiamo una cucina? Proteggiamo l’idea che una comunità si racconti attorno a un tavolo, e che il tempo condiviso valga quanto il piatto. 

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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