Caro mondo,
una volta ti si poteva leggere in faccia. Eri ruvido, sì, ma sincero. Ti si attraversava con fatica, ma c’erano sentieri chiari, sguardi che si incrociavano, mani che si stringevano senza paura. Oggi invece ti guardo e faccio fatica a riconoscerti. Hai cambiato così tanto, così in fretta, da sembrare una donna che si è affidata troppe volte al bisturi della modernità: labbra troppo gonfie di progresso, occhi tirati dal desiderio di apparire, pelle lucida di promesse sintetiche. Certo, il cambiamento è necessario. Lo so. Ma qualcosa è andato storto. Hai sostituito la lentezza con l’urgenza, la profondità con la superficie, l’incontro con la connessione. Hai scambiato la saggezza per algoritmo, la memoria per una notifica che scompare in un secondo. Eppure qualcosa di buono ci sarebbe ancora, se solo avessimo rallentato. Se solo ci fossimo chiesti più spesso: “Dove stiamo andando?” Forse il cielo avrebbe ancora il colore che avevamo da bambini. Forse ci saremmo riconosciuti un po’ di più, anche nelle rughe del tempo, anche nelle pieghe della fatica. Ora sei un mondo affollato, rumoroso, impaziente. Ma a volte, nei giorni di pioggia o tra le pagine di un libro dimenticato, sembri tornare quello di un tempo. E allora spero che non sia troppo tardi per ricordarti chi sei davvero.
Con nostalgia e speranza,
Tiziana Mazzaglia
La foto allegata è stata creata con l’intelligenza artificiale.
