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di Tiziana Mazzaglia
In un tempo in cui tutto corre, cambia e si consuma in fretta, i nonni restano l’ultima frontiera della lentezza, della memoria, della cura. Sono loro, spesso in silenzio, a rappresentare la continuità della famiglia, il ponte tra ciò che siamo stati e ciò che saremo. Giovanni Verga, ne I Malavoglia, attribuisce al nonno Padron ‘Ntoni un ruolo fondamentale: è la guida morale, la voce dell’esperienza, il cuore pulsante della casa del Nespolo. Emblematica è la sua metafora della mano: ogni dito rappresenta un membro della famiglia, e tutti, pur diversi, restano uniti nello stesso palmo. È l’immagine perfetta della famiglia coesa, che si sostiene attraverso le generazioni. Lo scrittore e artista Mauro Corona, in una sua intervista, ha denunciato con amarezza la perdita di questa figura: “Una volta i vecchi stavano in casa e raccontavano storie, insegnavano con i ricordi. Ora li chiudono nei ricoveri, come se fossero un peso.” Quelle storie erano lezioni di vita, erano favole, parabole, cicatrici trasformate in insegnamento. Oggi, i giovani crescono senza ascoltare queste voci, private di quella scuola di umanità che solo i nonni sapevano offrire. I dati più recenti confermano questa tendenza. Al 1° gennaio 2023, in Italia erano attivi 12.363 presidi residenziali, con circa 408.000 posti letto. Gli ospiti totali ammontavano a 362.850, dei quali oltre il 75% erano ultra-sessantacinquenni. Recuperare il tempo con i nonni significa ritrovare le nostre radici. Perché senza memoria, non c’è futuro. E senza la voce dei nonni, rischiamo di diventare un popolo che dimentica se stesso.
