di Tiziana Mazzaglia
C’è una verità scomoda che pochi hanno il coraggio di guardare fino in fondo: le passioni non colmano davvero i bisogni affettivi, li sedano, li sublimano, li rendono più eleganti, più socialmente accettabili, persino più nobili, ma raramente li cancellano. Ci raccontiamo che l’arte, il lavoro, lo studio, la scrittura, la musica, la danza, il cinema, la lettura, il viaggio, la vocazione, siano abbastanza; e in parte lo sono, perché una passione autentica offre struttura al caos, restituisce un senso di continuità all’io, protegge dall’abbandono di sé e costruisce quella che la psicologia chiamerebbe una base interna di regolazione emotiva. Freud aveva intuito che l’essere umano è capace di sublimare le pulsioni trasformando la mancanza in creazione, il dolore in opera, il desiderio in forma; ma la sublimazione non è guarigione, è una metamorfosi raffinata del bisogno. Winnicott, parlando del vero Sé e del falso Sé, ci ha insegnato che la creatività è uno dei segni più alti di vitalità psichica, eppure nessuna produzione, per quanto intensa, può sostituire completamente l’esperienza primaria di essere accolti, visti, rispecchiati. Bowlby, con la teoria dell’attaccamento, ha mostrato come il bisogno affettivo non sia una debolezza sentimentale ma una struttura fondamentale dell’essere umano: non desideriamo solo attività, desideriamo legame; non cerchiamo soltanto occupazione, cerchiamo presenza; non ci basta essere competenti, vogliamo essere importanti per qualcuno. Ecco perché una persona può sentirsi pienamente viva mentre dipinge, scrive, studia, corre, crea, suona, recita, e nello stesso tempo avvertire, nelle ore vuote, un’assenza precisa, quasi corporale: la fame di reciprocità. Le passioni, quando sono vere, nutrono il narcisismo sano, rafforzano l’autostima, organizzano il tempo, salvano dal collasso interiore, impediscono di cercare nell’altro una stampella assoluta, e in questo senso sono persino una forma di maturità; ma quando vengono usate per non sentire, per non attraversare il lutto di ciò che manca, diventano una dipendenza sofisticata, una forma alta di evitamento, una liturgia privata che impedisce il contatto con la ferita. Non è un caso che tanta letteratura abbia raccontato personaggi straordinariamente occupati a vivere eppure intimamente deserti. Emma Bovary cerca nell’immaginazione romantica e nelle fantasie di intensità una compensazione a un vuoto che nessun oggetto reale riesce a colmare, perché il problema non è la noia, è la fame di assoluto. In Proust, il desiderio non si placa nel possesso ma si alimenta della distanza, e la memoria stessa diventa una passione che tenta di riparare ciò che l’amore non ha saputo trattenere. Pavese scrive che “l’unica gioia al mondo è cominciare”, e in quella frase c’è tutta l’ambivalenza della passione: il cominciamento eccita, salva, accende, ma non sempre sa restare, non sempre sa trasformarsi in dimora. Anche in Rilke, che invita ad amare le domande e a custodire la solitudine come una camera interiore, non c’è mai l’illusione che la vita interiore basti da sola: c’è semmai il tentativo altissimo di non mendicare nell’altro ciò che dovrebbe prima nascere in sé. Eppure, persino nelle anime più colte, più disciplinate, più creative, resta il bisogno elementare di essere toccati non solo nel talento, ma nell’esistenza. Il cinema lo ha mostrato con una crudeltà quasi perfetta. In Black Swan la dedizione assoluta alla perfezione artistica non libera, divora; il corpo diventa il luogo in cui il bisogno di riconoscimento implode fino all’autodistruzione. In La La Land il sogno e l’amore si sfiorano, si nutrono, si ispirano, ma alla fine rivelano una domanda lacerante: realizzarsi basta davvero se ciò che ci ha fatti sentire vivi non resta? In Her, l’intimità si sposta in uno spazio mentale e simbolico, mostrando quanto l’essere umano sia disposto a investire affetto ovunque percepisca risonanza, ma anche quanto il desiderio di essere compresi ecceda qualsiasi forma sostitutiva. In Il cigno nero, come in Whiplash, la passione si presenta quasi come una religione, ma ogni religione che chieda in sacrificio il contatto umano finisce per assomigliare a una forma di fanatismo emotivo. E ancora, in Lost in Translation, non accade quasi nulla nel senso tradizionale del termine, eppure accade tutto: due solitudini non vengono salvate dai rispettivi ruoli, dal successo, dalle città, dai ritmi, dalle identità costruite, ma da un breve riconoscimento reciproco, da quella sospensione misteriosa in cui finalmente qualcuno ci vede davvero. Perché è questo il punto più scandaloso: non ci manca sempre l’amore in senso romantico, spesso ci manca il rispecchiamento. Ci manca qualcuno davanti al quale non dobbiamo performare, produrre, affascinare, riuscire. Le passioni possono riempire il tempo, e talvolta lo salvano; possono persino restituirci dignità quando siamo stati umiliati, possono diventare argini contro la dipendenza affettiva, possono impedire che la nostra fame si trasformi in elemosina emotiva; ma il bisogno affettivo appartiene a un’altra grammatica, quella del legame. Una passione ti fa sentire piena di te; un legame sano ti fa sentire accolta anche quando non produci nulla. Una passione può darti identità; l’affetto vero ti dà permesso di esistere senza prestazione. Una passione può elevarti; l’amore maturo ti lascia cadere senza farti vergognare della caduta. Forse è per questo che molte persone brillantissime, creative, colte, intensissime, continuano a chiedersi in silenzio perché, pur avendo una vita piena, avvertano ancora un punto freddo nel petto. La risposta è semplice e terribile: perché il cuore non si lascia ingannare dal talento. Puoi scrivere pagine magnifiche e sentirti non scelta. Puoi danzare, viaggiare, costruire, studiare, curare, insegnare, creare bellezza, e tuttavia sentire che manca il gesto elementare di una presenza che resti. Le passioni sono fondamentali, anzi spesso salvifiche, ma non perché sostituiscano l’amore: perché ci impediscono di crollare mentre lo aspettiamo, o mentre impariamo a non chiederlo nel modo sbagliato. Sono il nutrimento del sé, non il duplicato dell’abbraccio. Sono una casa interiore, non sempre una casa condivisa. E allora la verità più matura non è scegliere tra passioni e affetto, ma smettere di usare l’una contro l’altro: coltivare passioni per non mendicare amore, e cercare amore senza pretendere che riempia ogni vuoto che solo la nostra anima, con il suo lavoro silenzioso, può imparare a contenere. Chi sa stare nelle proprie passioni senza usarle come anestesia, e sa desiderare un legame senza trasformarlo in dipendenza, forse è la persona più vicina a una forma adulta di libertà: non quella di chi non ha bisogno di nessuno, ma quella di chi ha imparato che essere pieni di sé non significa essere al riparo dalla fame di essere amati.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
