di Tiziana Mazzaglia
La sera della vigilia aveva un modo tutto suo di entrare in casa: non bussava, non chiedeva permesso. Si infilava dagli spifferi delle finestre, tra le tende un po’ ingiallite, nel silenzio che si era fatto abitudine.
Arianna accese la lampada del salotto e la luce cadde sulle cose sempre uguali: il centrino, la credenza, il calendario rimasto al mese sbagliato perché tanto nessuno lo guardava.
Il Natale, per lei, era un giorno in cui si ricordava di essere sola con maggiore precisione. Come quando si sente un rumore nella notte e, per un attimo, si spera sia qualcuno… e invece è solo il vento.
Aveva preparato una cena semplice: minestrina, un mandarino, un pezzetto di panettone comprato in anticipo “così non mi faccio tentare” aveva detto alla cassiera, fingendo una normalità che non le apparteneva più.
Poi si era seduta in poltrona, con una coperta sulle ginocchia, e aveva lasciato la televisione parlare per lei. Le voci degli altri erano almeno una compagnia.
A un certo punto suonò il campanello.
Arianna si bloccò. Nessuno suonava mai. Nessuno aveva motivo di suonare.
Ci mise qualche secondo a capire che non stava immaginando.
Si alzò lentamente, con quella prudenza di chi teme sempre che la vita, quando bussa, porti più guai che regali. Aprì la porta di un palmo.
Sul pianerottolo c’era un pacco enorme, di quelli che sembrano impossibili da far entrare in un appartamento. Lo spago stringeva una carta rossa con fiocchi dorati. Sopra, un’etichetta: nome e indirizzo.
Il nome era il suo.
L’indirizzo… no.
Arianna guardò a destra e sinistra come se qualcuno potesse saltare fuori, ridere, dire “scherzavo!”. Ma il corridoio era vuoto, e il silenzio si era rimesso al suo posto.
Con due mani, con fatica, trascinò il pacco dentro casa. La porta si richiuse alle sue spalle con un tonfo morbido, come un segreto.
Restò lì, in piedi, davanti a quel regalo grande quanto un desiderio. Il cuore le batteva in un modo strano, infantile. Le venne da sorridere e subito se ne vergognò, come se la gioia fosse una cosa che non le spettava.
Tagliò lo spago con le forbici da cucina.
Quando la carta si aprì, apparve un enorme orsacchiotto. Morbido, marrone, con un fiocco di raso al collo. Aveva occhi lucidi e fiduciosi, come se credesse ancora alle promesse.
Arianna fece un piccolo verso, qualcosa tra una risata e un singhiozzo. Non sapeva più distinguere bene le emozioni quando erano troppo forti.
Sotto il peluche c’era una busta bianca, con una calligrafia elegante.
La prese con le dita che tremavano.
La busta era chiusa, ma non era sigillata. Come se chi l’aveva scritta avesse voluto che fosse letta subito, senza ostacoli.
Arianna inspirò piano, come si fa prima di entrare in un posto sacro.
Aprì.
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Amore mio,
se tu sapessi quanto mi è mancato vederti sorridere. Io ci penso sempre, a quel tuo modo di abbassare lo sguardo quando ti emozioni, come se ti scusassi di essere felice. E invece la tua felicità è una cosa che il mondo dovrebbe ringraziare.
Questo Natale voglio che tu ti ricordi una cosa sola: tu meriti. Meriti carezze, meriti mani che cercano le tue, meriti parole che restano. Meriti qualcuno che ti scelga senza condizioni.
Io ti scelgo.
Ti scelgo nei giorni di pioggia e in quelli di vento. Ti scelgo quando la città fa rumore e quando la notte fa paura. Ti scelgo perché sei la mia casa anche quando non te ne accorgi.
Se mai ti è capitato di pensare di essere “troppo” — troppo sensibile, troppo silenziosa, troppo vera — sappi che è proprio quel “troppo” che mi ha salvato.
Tienilo con te, questo orsacchiotto: è grande perché volevo che ti abbracciasse anche quando io non posso. Ma io ci sarò. Sempre.
Buon Natale, amore mio.
⸻
Arianna rilesse due volte, poi tre. Ogni frase sembrava tirare fuori qualcosa da lei che non sapeva di avere: una voglia di piangere come quando si torna a respirare dopo essere rimasti sott’acqua troppo a lungo.
E poi arrivò il pensiero, inevitabile, tagliente: non è mio.
La lettera non era per lei. Era per un’altra donna. Un’altra vita. Un altro indirizzo.
Le scappò un gesto: guardò l’etichetta.
Il suo nome c’era davvero, scritto chiaro, come un’affermazione. Ma l’indirizzo era sbagliato di poco: un numero invertito, un interno confuso. Errore da corriere, da fretta, da dicembre.
Un errore che, per un istante, aveva riempito la sua casa di un miracolo.
Arianna pensò di restituire tutto. Lo pensò seriamente.
Immaginò di scendere, di chiedere al portiere, di chiamare il numero del mittente se ci fosse stato, di fare “la cosa giusta”.
Ma poi si guardò intorno.
Nessuno l’aveva mai chiamata amore mio.
Nessuno le aveva mai detto io ti scelgo.
Nessuno le aveva mai scritto parole che la facessero sentire… necessaria.
E se fosse stata una prova?
Una di quelle strane deviazioni con cui il destino, quando ti trova dimenticato, ti tende una mano senza farsi vedere.
Si sentì improvvisamente colpevole.
La colpa si posò sulle sue spalle come la neve sui tetti: silenziosa, fredda, ma anche bellissima in un modo doloroso.
E allora fece una cosa che non aveva mai fatto: si sedette sul pavimento, abbracciò l’orsacchiotto e lasciò che la lettera le restasse sul petto, come se fosse un battito in più.
«Solo per stanotte» sussurrò. «Solo per stanotte mi lascio credere che siano parole per me.»
Ma quando arrivò la mezzanotte, e la televisione trasmise canti lontani, Arianna si accorse che non voleva più staccarsi da quella felicità. Era un calore che non aveva parole per descrivere, perché non lo aveva mai imparato.
Si alzò e mise la lettera sotto il soprammobile più caro che aveva: una piccola stella di vetro ricevuta tanti anni prima da sua madre.
Come se la proteggesse.
Poi tirò fuori una penna e un foglio.
Scrisse:
Non so chi tu sia, né dove tu sia. So solo che queste parole, stanotte, hanno salvato una sconosciuta. Se l’amore è vero, saprà ritrovare la strada anche senza di me. Io, per una volta, ho bisogno di tenermi stretta questa gioia. Perdonami.
Non firmò. Non per codardia, ma per pudore. Alcune cose, quando accadono, non chiedono un nome.
Il mattino dopo, sull’uscio del palazzo, trovò un avviso scritto a mano: “Pacco consegnato per errore? Cercasi destinataria”.
Arianna lo lesse, poi piegò il foglio in due e lo mise in tasca.
Camminò fino al suo appartamento e chiuse la porta con un gesto deciso.
Il cuore le batteva forte, ma non era più solo paura.
Quella notte — e forse anche le altre, da lì in poi — lei avrebbe avuto un enorme orsacchiotto sul divano e una lettera d’amore nel cassetto.
E ogni volta che si sarebbe sentita invisibile, avrebbe aperto quelle parole per ricordarsi che esisteva anche un’altra versione di lei: una donna scelta, una donna degna, una donna che può ancora credere.
Perché il destino, a volte, sbaglia indirizzo apposta.
E quando lo fa, non lo chiama furto: lo chiama seconda possibilità.
