di Tiziana Mazzaglia
Viviamo in un’epoca in cui l’amicizia, spesso, ha smesso di essere rifugio ed è diventata strategia. Le confidenze si offrono con calcolo, le presenze si dosano in base alla convenienza, e i sorrisi, talvolta, nascondono progetti personali. Aristotele, nella sua “Etica Nicomachea”, distingueva tre tipi di amicizia: quella fondata sull’utile, quella sul piacere e quella sulla virtù. Oggi, sembra che la prima prevalga: ci si avvicina non per chi sei, ma per ciò che puoi dare, per il contatto che possiedi, per l’opportunità che incarni. È una società di legami liquidi, come direbbe Bauman, dove tutto è scorrevole, rapido, temporaneo. Anche l’amicizia sembra aver perso il suo radicamento, ridotta a uno scambio, a una moneta da spendere nei momenti comodi. Ci si cerca quando si ha bisogno, ci si dimentica quando non si ha più nulla da ottenere. Ma l’amicizia vera non chiede nulla, non pesa il dare e l’avere. È presenza silenziosa, ascolto autentico, fedeltà anche nel buio. È l’altro che ti guarda e ti riconosce, anche quando non hai nulla da offrire. Come scriveva Seneca: «Il vero amico è colui che ti è vicino quando preferiresti che nessuno lo fosse». Oggi forse dobbiamo tornare a chiederci: quante delle nostre relazioni sono così? Tra maschere sociali e connessioni digitali, l’amicizia rischia di diventare solo un’illusione. Ma chi la riconosce davvero, chi la trova, chi la custodisce, possiede un tesoro più raro dell’oro. Perché, come ricordava Epicuro, «di tutte le cose che la saggezza procura per ottenere una vita felice, la più grande è l’amicizia». Quella autentica, disinteressata, resistente. Quella che non si compra, ma si costruisce, giorno dopo giorno.
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