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Labubu: perché questi oggetti ci seducono e cosa nascondono

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

C’è qualcosa di ipnotico nei pupazzetti pelosi dall’aria “gotica”: occhi enormi, denti aguzzi, un ghigno che sta a metà tra il tenero e l’inquietante. Sono oggetti pensati per farsi notare, per diventare immediatamente riconoscibili e desiderabili. E infatti accade: compaiono ovunque, nei reel, nelle foto, negli scaffali, nelle mani di chi li colleziona come piccole reliquie contemporanee. Ma il punto non è solo la moda: è perché una moda del genere attecchisce proprio adesso. Quando l’economia rallenta, quando l’incertezza cresce e la fatica quotidiana si fa più pesante, molte persone non smettono di consumare: cambiano il tipo di consumo. Si passa dal grande acquisto al piccolo premio, una spesa contenuta e ripetuta che promette una cosa fondamentale: un sollievo immediato. È il meccanismo del comfort shopping: non compro perché mi serve, compro perché mi fa stare meglio. Non risolve nulla, ma attenua. È un palliativo emotivo in formato oggetto, e proprio perché sembra innocuo funziona benissimo. In tempi instabili desideriamo certezze e, se la realtà è complessa e spesso ingovernabile, ci rifugiamo in ciò che possiamo controllare: un pacchetto, una consegna, un oggetto “mio”. Il collezionabile è perfetto: ha un costo relativamente accessibile, dà l’illusione di costruire una piccola ricchezza personale, produce una gratificazione rapida e crea appartenenza attraverso community, scambi, commenti e status. A rendere tutto ancora più efficace c’è spesso la dinamica della sorpresa: varianti, rarità, edizioni limitate, la caccia al pezzo giusto. Ogni acquisto contiene la promessa di un premio e, molte volte, la promessa vale quanto il premio. Così si scivola in una spirale gentile e pericolosa: gentile perché è “solo un pupazzetto”, pericolosa perché abitua a cercare gratificazione immediata quando la realtà pesa. L’oggetto diventa una micro-terapia fai-da-te, ma una terapia che coincide con il consumo chiede di essere ripetuta. Fin qui la psicologia. Poi c’è l’altra parte della storia, più concreta: di cosa sono fatti questi oggetti e come arrivano fino a noi. Molti gadget e giocattoli da collezione sono composti da plastiche e materiali sintetici, con vernici, collanti e trattamenti superficiali; nell’industria della plastica il problema non è soltanto la plastica in sé, ma anche additivi, coloranti e controlli che possono variare molto, soprattutto quando la produzione corre per inseguire trend globali. Dire che siano tutti “altamente tossici” come verità assoluta sarebbe scorretto senza analisi su singoli prodotti, marchi e lotti; però è sensato ricordare che nelle filiere del fast toy e dei gadget di massa possono esistere rischi e opacità, e che la corsa al prezzo basso e alla quantità aumenta la probabilità di qualità disomogenea. Il rischio più tangibile e generalizzato è ambientale: oggetti pensati per durare emotivamente una stagione possono restare come rifiuti per decenni, insieme a packaging e trasporti che moltiplicano l’impronta complessiva. C’è una contraddizione che definisce il nostro tempo: desideriamo oggetti “speciali” in un sistema che li produce in serie. Il collezionabile nasce per essere unico, ma vive grazie alla moltiplicazione; più varianti e più lanci significano più urgenza e più acquisti d’impulso. Il risultato è spesso lo stesso: l’oggetto perde valore simbolico appena ne arriva un altro che lo sostituisce, il desiderio non viene soddisfatto ma spostato, e noi restiamo eternamente “quasi appagati”. La questione non è demonizzare chi compra, perché quel gesto racconta una stanchezza collettiva e una società che chiede performance e offre, in cambio, piccole consolazioni acquistabili. Il prezzo vero non è solo nel portafoglio: è nell’abitudine. Se ci abituiamo a curare l’ansia con l’acquisto, finiamo per costruire una dipendenza morbida, non drammatica ma costante, e intanto attorno restano plastica, sovrapproduzione e filiere progettate per farci tornare. Non serve una crociata, serve lucidità: comprare meno e scegliere meglio, informarsi quando possibile su certificazioni e tracciabilità, preferire scambio e seconda mano, riconoscere l’effetto “sorpresa” quando diventa il vero motore dell’acquisto, cercare alternative di sollievo che non lascino rifiuti. Il pupazzetto peloso, con il suo ghigno e i suoi occhi enormi, è un simbolo perfetto del presente: tenero e inquieto, desiderabile e problematico. Consola perché il mondo non consola abbastanza. E proprio per questo vale la pena guardarlo in faccia, anche quando sorride.

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