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La medicina della solitudine

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

La solitudine non è sempre stare soli: è sentirsi non raggiunti. E allora l’ossitocina diventa un simbolo utile, non perché sia una cura miracolosa, ma perché ci ricorda che il benessere passa spesso da relazioni piccole e ripetute, non da grandi eventi. C’è una medicina del quotidiano fatta di gesti che sembrano banali: salutare il barista per nome, mandare un messaggio senza motivo, accarezzare un cane, annaffiare una pianta, cucinare per qualcuno, ascoltare davvero una voce. La ricerca sul supporto sociale mostra da tempo che sentirsi connessi è un fattore protettivo; ma la connessione non è solo quantità di contatti, è qualità di presenza. La letteratura, quando parla di solitudine, spesso la descrive come una stanza: e la stanza si arieggia non con le idee, ma con le persone; Calvino, nelle sue Città invisibili, ci ricorda che anche i luoghi sono relazioni. E le canzoni – soprattutto quelle che ci fanno compagnia nei giorni stanchi – non ci dicono “guarisci”: ci dicono “resto”, come tante ballate d’amicizia che attraversano la musica italiana da De Gregori a Mia Martini. Il cinema ha una capacità particolare di farci vedere questo: la scena in cui qualcuno appare, magari in silenzio, e cambia tutto; pensiamo a Her, dove la domanda non è “chi” ami, ma “come” resti in contatto con l’umano. Forse la vita adulta è imparare a costruire intenzionalmente questi piccoli “apparire”: per gli altri e per noi stessi. Perché la cura non è sempre un gesto straordinario; spesso è una costanza gentile.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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